Migranti in Libia, gli eurodeputati della sinistra accusano: “L’UE complice degli abusi”
Respingimenti sistematici, detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali, lavoro forzato. È il quadro documentato dalle Nazioni Unite e organizzazioni non governative in Libia, dove i migranti intercettati in mare dalla guardia costiera libica, addestrata e finanziata dall’Unione europea e dall’Italia, — vengono ricondotti in un Paese che non può essere considerato sicuro secondo il diritto internazionale.
A portare la questione formalmente davanti alla Commissione europea sono stati quaranta eurodeputati di sinistra e Verdi, tra cui Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Cecilia Strada, Nicola Zingaretti e Leoluca Orlando, con un’interrogazione scritta che chiede conto della posizione di Bruxelles sul memorandum d’intesa tra Italia e Libia, firmato nel 2017 e rinnovato automaticamente lo scorso 2 novembre 2025.
A rendere ancora più urgente l’interrogazione è un episodio recente e circostanziato: il 12 ottobre 2025, 140 persone sono sbarcate a Pozzallo dopo essere state attaccate in mare da miliziani libici a bordo di imbarcazioni fornite dall’Italia. Una persona ha riportato ferite gravi, altre due lesioni serie. Un episodio che, secondo i firmatari, dimostra in modo plastico come le risorse messe a disposizione dall’Italia e dall’UE stiano concretamente alimentando la violenza contro i migranti.
Gli eurodeputati chiedono alla Commissione tre cose precise: quale sia la sua posizione rispetto al sostegno continuato alle autorità libiche alla luce degli articoli 18 e 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE e del principio di non respingimento; quali misure intenda adottare per impedire che fondi europei contribuiscano a tali violazioni; e se ritenga che il memorandum violi il diritto europeo e internazionale.
La risposta della Commissione: “Monitoriamo e dialoghiamo”.
La risposta dell’Esecutivo von der Leyen, firmata dalla commissaria Dubravka Šuica, non si è fatta attendere: “La Commissione ribadisce che il rispetto dei diritti umani e il principio di non respingimento sono “al centro” dell’impegno europeo verso la Libia, e che l’obiettivo del sostegno alle autorità libiche è “migliorare la protezione dei migranti, consolidare una gestione dei flussi basata sui diritti e prevenire la perdita di vite umane in mare e nel deserto”.
Quanto ai meccanismi di controllo, Bruxelles cita relazioni periodiche redatte da partner esecutivi, visite di monitoraggio del personale della Commissione, valutazioni indipendenti e, dal 2019, un quadro di monitoraggio da parte di terzi. Sul piano diplomatico, la Commissione assicura di sollevare sistematicamente la questione del rispetto dei diritti umani nel dialogo tecnico regolare con le autorità libiche, e di portare all’attenzione di Tripoli ogni singolo incidente segnalato.
Riguardo al memorandum Italia-Libia, la Commissione si limita a ricordare come fa “ripetutamente” con gli Stati membri che qualsiasi iniziativa in materia migratoria deve rispettare il diritto dell’UE e la Carta dei diritti fondamentali.
Una risposta che non convince.
La replica della Commissione non affronta però il nodo centrale sollevato dai parlamentari: se il sistema di monitoraggio esiste da anni e le violazioni continuano a essere documentate e segnalate, a cosa serve? La domanda implicita nell’interrogazione, se cioè l’UE sia strutturalmente complice di ciò che accade in Libia, resta senza risposta diretta.
Per i quaranta firmatari, la posizione di Bruxelles conferma un approccio che privilegia la gestione dei flussi migratori sulla tutela dei diritti fondamentali, usando il lessico della cooperazione e del monitoraggio per coprire quella che definiscono una corresponsabilità nei confronti di violazioni gravi e sistematiche.
