Microbiota vaginale, lo studio che cambia prospettiva. Sanna: “Non esiste un unico modello di normalità”.
Un luogo comune della medicina femminile viene messo in discussione dalla ricerca italiana. Uno studio condotto dal Cnr-Irgb di Cagliari apre infatti nuovi scenari sulla salute intima delle donne, mostrando come ciò che per anni è stato considerato un segnale di squilibrio possa essere, in realtà, una condizione fisiologica. Al centro dell’indagine, coordinata dalla dottoressa Serena Sanna, c’è il microbiota vaginale delle donne italiane e il ruolo del Lactobacillus iners un batterio a lungo sottovalutato.
I risultati ribaltano un paradigma costruito soprattutto su studi del Nord Europa e pongono una domanda chiave alla medicina di oggi: esiste davvero un solo modello di “microbiota vaginale sano”?
In parole semplici, che cosa avete scoperto sul microbiota vaginale delle donne italiane?
“Nelle donne italiane sane e in età riproduttiva è molto comune una specie specifica di Lattobacilli: Lactobacillus iners”.
Perché il fatto che Lactobacillus iners sia il batterio più diffuso è una novità importante?
“Finora la maggior parte degli studi europei si è concentrata su donne del Nord Europa, nelle quali il batterio più frequente è Lactobacillus crispatus. Per questo – prosegue Sanna – si è sempre pensato che una donna europea senza L. crispatus avesse un microbiota “sbilanciato” o “disbiotico” da correggere. Anche i probiotici attualmente in commercio puntano quasi tutti a reintegrare L. crispatus. I nostri risultati mostrano invece che, almeno tra le donne italiane sane, la situazione può essere diversa”.

Finora questo batterio era spesso considerato “negativo”: cosa cambia con i vostri risultati?
“Lactobacillus iners è stato spesso considerato la “pecora nera” dei lattobacilli: non è un patogeno, ma veniva visto come instabile e più facilmente associato alla presenza di altri batteri o a lievi sintomi vaginali. Nel nostro studio Women4Health, condotto su donne estremamente selezionate per stato di salute – ciclo regolare, nessuna infezione vaginale o malattia sessualmente trasmissibile, assenza di endometriosi, ovaio policistico, patologie gastrointestinali, uso limitato di farmaci – abbiamo osservato che L. iners è non solo molto frequente, ma anche stabile nel tempo. Dunque la sua presenza, almeno in questa popolazione “super-sana”, non è affatto un segnale negativo”.
Quanto conta il luogo in cui si vive — e quindi il contesto geografico e culturale — nella salute del microbiota?
“Sapevamo già che esistono differenze importanti tra continenti. Ad esempio, in molte popolazioni africane L. iners è molto comune. In quei contesti, però, è anche alto il tasso di HPV e vaginosi, e questo ha portato a un’associazione fuorviante tra L. iners e disbiosi: una semplice correlazione, non un rapporto di causa-effetto. È un po’ come dire che i gelati causano i furti estivi, quando il vero motivo è che più persone lasciano le finestre aperte. Conoscere come si presenta il microbiota in donne sane di diverse popolazioni è fondamentale per riconoscere cosa è davvero patologico e cosa invece è normale per quella comunità”.
Possiamo dire che non esiste un solo modello di “microbiota vaginale sano” valido per tutte le donne?
“Assolutamente sì. È un concetto già noto per il microbiota intestinale e orale, e oggi diventa chiaro anche per quello vaginale: esistono più modelli di normalità”.
Che ruolo hanno gli ormoni femminili nell’equilibrio del microbiota?
“Sappiamo che grandi variazioni ormonali – come in menopausa – modificano profondamente il microbiota vaginale e intestinale. Nel microbiota vaginale si osserva una netta riduzione dei lattobacilli e un aumento di batteri come Finegoldia e Prevotella, spesso associati a sintomi urogenitali. Nel nostro studio, focalizzato sul ciclo mestruale, abbiamo visto che anche le diminuzioni fisiologiche di estrogeni nel corso del mese influenzano la crescita di questi batteri. Fortuntamente la continua produzione degli estrogeni limita la crescita a piccolissime quantità”.
Questa ricerca può aiutare a evitare diagnosi inutilmente allarmanti per molte donne?
“L. iners non è mai stato considerato un indicatore di patologie gravi. Tuttavia, capire che la sua presenza è normale in molte donne sane può evitare diagnosi improprie di “disbiosi” quando in realtà il microbiota è perfettamente fisiologico”.
In che modo I vostri risultati possono influenzare l’approccio dei medici e dei ginecologi?
“L’assenza di L. crispatus è spesso vista come un campanello d’allarme, tanto che quasi tutti i probiotici puntano a favorirne la crescita. I nostri risultati suggeriscono che sarà necessario sviluppare probiotici più personalizzati: diversi per popolazioni differenti, o per donne che fisiologicamente non riescono a ospitare L. crispatus“.
Che messaggio vorrebbe dare alle donne che leggono spesso notizie contrastanti sulla salute intima?
“Vorrei dare un messaggio positivo: se leggiamo notizie diverse tra loro è perché la comunità scientifica – finalmente – sta studiando la salute femminile con grande attenzione. Questo riguarda l’area ginecologica, ma anche la salute cardiovascolare e metabolica, neurologica e immunologica. Uomini e donne sono simili, ma non identici: gli ormoni sessuali influenzano profondamente molti aspetti fisiologici e solo ora stiamo iniziando a comprenderlo davvero”.
Quanto è importante, secondo lei, personalizzare la medicina tenendo conto delle differenze biologiche e territoriali?
“È fondamentale, e la comunità scientifica lo riconosce sempre di più. Comprendere le differenze tra generi e tra popolazioni di diverse aree geografiche è essenziale per sviluppare una medicina davvero personalizzata ed efficace”.
Qual è il prossimo passo della vostra ricerca?
“A breve avremo i dati sul microbioma vaginale di donne reclutate in altre città italiane, in particolare Bologna e Cagliari, e sarà interessante confrontare eventuali somiglianze e differenze sia tra queste popolazioni sia con quella di Trieste. Parallelamente stiamo ampliando lo studio su diversi aspetti della salute femminile. La ricerca sul microbiota vaginale è infatti parte di un progetto europeo più ampio – SEMICYCLE – che studia l’effetto degli ormoni sessuali sulla salute cardiometabolica. In una prima fase, grazie alle partecipanti della coorte Women4Health, analizziamo come le naturali variazioni ormonali del ciclo mestruale influenzino il microbiota vaginale e intestinale, e il metabolismo degli zuccheri e del colesterolo. Nella seconda fase studieremo come questi meccanismi fisiologici tipici dell’età fertile vengano meno in menopausa, quando il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche aumenta drasticamente. Il nostro sogno è che queste ricerche portino, un domani, a nuove strategie preventive: per esempio intervenire sul microbiota, modulando la composizione batterica o il modo in cui i batteri rispondono agli sbalzi ormonali”.
