Europa

Metsola al Consiglio europeo: la pace invocata a parole, le armi celebrate nei fatti.

Roberta Metsola parla di pace, ma chiede più guerra. Davanti ai capi di Stato e di governo riuniti al Consiglio europeo del 18 dicembre, la presidente del Parlamento europeo ha ribadito che l’Unione è “per sua natura un progetto di pace”, salvo poi invocare ancora una volta la logica della “pace attraverso la forza”, l’aumento della pressione militare sulla Russia e un’accelerazione senza precedenti sulla spesa per la difesa e sull’industria bellica.

È una contraddizione che accompagna da tempo la presidenza Metsola. Alla guida di un’istituzione che dovrebbe fondarsi su diplomazia, mediazione e diritto internazionale, la presidente dell’Eurocamera si è invece distinta più volte per applausi convinti ai programmi ASAP per la produzione di munizioni, per l’esplicito auspicio di inviare “più carri armati a Kiev” e per una linea politica che ha fatto della militarizzazione una priorità. Il tutto mentre veniva persino insignita di un discusso “premio per la cultura della pace”, che per molti osservatori suona come un paradosso.

Nel suo intervento, Metsola ha sostenuto che l’Europa sarebbe “più vicina che mai a un accordo di pace” in Ucraina, ma ha subito chiarito che questo richiederebbe “forti garanzie di sicurezza” e un fronte compatto per “aumentare il costo della guerra per la Russia”. In altre parole, più armi, più fondi, più pressione militare. Un messaggio che lascia poco spazio a un reale protagonismo diplomatico dell’Ue e che riduce la pace a un obiettivo subordinato all’escalation.

La presidente del Parlamento ha rivendicato con orgoglio l’approvazione dell’European Defence Industry Programme (EDIP), il bando delle importazioni di gas russo e l’impegno dell’Eurocamera a procedere con procedura d’urgenza sul prestito per l’Ucraina, qualora il Consiglio decidesse di vararlo. Il voto, ha promesso, potrebbe arrivare già a gennaio. Un’accelerazione che contrasta con la lentezza abituale del Parlamento quando si tratta di politiche sociali, sanità o contrasto alla povertà, ma che diventa improvvisamente proattivo e tempestivo quando al centro ci sono armi, munizioni e finanziamenti militari. Si sà: finché c’è guerra c’è speranza per la “democratica Ue”.

Secondo Metsola, “il fattore decisivo ora è il finanziamento”, perché “l’Ucraina sta finendo i soldi”. Da qui l’invito a raddoppiare sulla strategia della forza e a far sì che l’Europa “si assuma la responsabilità della propria sicurezza”. Un’espressione ormai ricorrente nel lessico di Bruxelles, che però viene declinata quasi esclusivamente in termini di spesa militare, industria della difesa e allineamento strategico, più che di iniziative politiche autonome per fermare il conflitto.

Nel suo intervento, la presidente ha elencato con soddisfazione la lunga serie di dossier chiusi dal Parlamento nelle ultime settimane: dalla difesa alla mobilità militare, dall’industria bellica alle norme sull’asilo e sui rimpatri, fino ai pacchetti di semplificazione per le imprese. Un’agenda “efficiente”, ha detto, resa possibile dalle riforme procedurali interne. Ma anche un’agenda che mostra chiaramente dove si concentrano oggi le priorità dell’Unione: sicurezza, controllo, competitività, molto meno diritti sociali, pace o coesione.

Non è mancato un passaggio su migrazione e rimpatri, con l’obiettivo dichiarato di chiudere rapidamente anche il regolamento sui ritorni, né un riferimento alla cooperazione transatlantica e al mercato unico. Temi affrontati però sempre dentro una cornice di urgenza e disciplina, più che di confronto politico.

Solo in chiusura Metsola ha richiamato una modifica all’Atto elettorale europeo per consentire alle eurodeputate in gravidanza o dopo il parto di delegare il voto. Un tema importante, ma che appare quasi stonato dopo un intervento dominato da guerra, bilanci militari e industria della difesa.

Il messaggio complessivo che emerge dal discorso è chiaro: il Parlamento europeo sotto la guida di Metsola rivendica efficienza, velocità e unità, ma lo fa soprattutto quando si tratta di rafforzare l’apparato militare e sostenere il conflitto. La pace resta evocata come principio fondativo, ma sempre più svuotata di contenuto politico e diplomatico. In nome della “responsabilità”, l’Europa viene spinta a parlare il linguaggio delle armi. E il Parlamento, anziché bilanciare questa deriva, è ormai uno dei principali amplificatori di questa – chiamiamola – strategia.

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