Mercosur, la Commissione Ue e l’arte della disinformazione istituzionale.
C’è una parola che la Commissione europea sembra aver cancellato dal proprio vocabolario: lealtà. Nei canali ufficiali di Bruxelles e dei beneficiari delle sue call, infatti, tutto è sempre armonico, sostenibile, vantaggioso per tutti. Qui esiste solo la narrazione dell’Europa dei diritti e dell’Ue che “fa cose per i cittadini”. Anche quando la realtà racconta l’esatto contrario. L’ultimo esempio, emblematico, è la narrazione sul partenariato commerciale tra Unione europea e Mercosur.
Sul sito della Commissione, l’accordo viene presentato come un volano di sviluppo, un’occasione storica per l’agricoltura europea, un trionfo di sostenibilità, tutela ambientale e diritti dei lavoratori. Una favola patinata, costruita con infografiche, slogan e “dati chiave” selezionati con cura. Ma fuori da questa bolla comunicativa la realtà è ben diversa.
Agricoltori, associazioni di categoria, sindacati agricoli, cooperative, trasformatori e numerosi portatori di interesse continuano a denunciare in tutta l’Ue i rischi dell’accordo: concorrenza sleale, importazioni massicce da Paesi con standard ambientali e sanitari incomparabili a quelli europei, pressione al ribasso sui prezzi, marginalizzazione delle piccole e medie aziende agricole. Un dissenso ampio, strutturato, trasversale, tutt’altro che marginale. Eppure, nei materiali ufficiali della Commissione, questo dato semplicemente non esiste. E’ superfluo!
Fondamentale, invece, è vivere nella retorica e spacciare la propaganda per informazione, utilizzando canali istituzionali per costruire una narrazione a senso unico, omettendo sistematicamente le criticità e le opposizioni. Non una riga sulle proteste degli agricoltori, non un accenno alle profonde asimmetrie tra i modelli produttivi europei e quelli di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Nulla sulle difficoltà di controllo reale della deforestazione, nulla sui precedenti fallimenti degli impegni “volontari” in materia ambientale. Non sorprende, d’altronde, che la Commissione finanzi i soliti media mainstream in giro per l’Ue. Sempre pronti a pompare le menzogne dell’Esecutivo Ue.
La Commissione parla di “rigorosi standard di sicurezza alimentare”, di “principio di precauzione”, di “accesso molto limitato” al mercato europeo per prodotti sensibili come carne bovina e pollame. Ma evita accuratamente di spiegare cosa significhi tutto questo nella pratica, in un contesto di globalizzazione delle filiere, controlli ex post e pressioni commerciali enormi. Evita soprattutto di dire chi pagherà il prezzo di questa apertura: ancora una volta, gli agricoltori europei più piccoli, quelli meno capitalizzati, quelli che operano in aree marginali.
Il copione, come in tanti ormai hanno capito, resta sempre lo stesso. Dati aggregati, cifre miliardarie sulle esportazioni, promesse di crescita e occupazione, mentre le ricadute negative vengono liquidate come “gestibili” o semplicemente ignorate. È una comunicazione che non informa, ma orienta. Che non spiega e che prova a persuade. Che non serve i cittadini europei, ma legittima decisioni già prese in nome di una realpolitik commerciale che da anni sacrifica coerenza, trasparenza e credibilità.
Così l’accordo Mercosur diventa un altro simbolo di una Commissione opaca e che usa la retorica della sostenibilità (e il proprio apparato di rappresentanze nei Paesi Ue) come foglia di fico per coprire scelte politiche profondamente controverse. Una Commissione che parla di diritti e ambiente, ma tratta con governi che non garantiscono né l’uno né l’altro (e oggi la Commissione ha stanziato pure un miliardo per l’Egitto); che predica partecipazione, ma ignora sistematicamente chi dissente; che denuncia la disinformazione altrui, mentre produce quotidianamente una propria versione edulcorata della realtà.
Non è solo un problema di Mercosur. È un problema di metodo. E finché l’informazione istituzionale continuerà a essere confusa con la propaganda, la distanza tra l’Unione europea e i suoi cittadini non potrà che crescere.
