Mentre la Sardegna attende, l’Emilia-Romagna investe: nascono 63 hub urbani e di prossimità per rilanciare borghi e centri storici.
Mentre in Sardegna nelle aree rurali (e non solo) si è capaci solo di piangersi addosso, attendere questa o quella prebenda pubblica (per l’agricoltura, per i servizi sociali e per il contrasto allo spopolamento) e pontificare dal basso di un tavolo di bar carico di una nota marca di birra (locale?) circa i problemi dell’isola, in Emilia-Romagna si costruiscono strategie, si fanno investimenti e si realizzano progetti concreti per lo sviluppo dei territori.
A testimoniarlo è l’annuncio della nascita dei primi 63 hub urbani e di prossimità, riconosciuti dalla Regione per ridare vita a centri storici, borghi e aree decentrate, dal crinale appenninico fino alle città capoluogo. Un’operazione strutturata, non improvvisata, che rientra nella nuova legge regionale sul commercio e che punta a valorizzare il tessuto economico e sociale locale attraverso una rete di poli commerciali innovativi e sostenibili.
“Da parte dei territori è arrivata una forte risposta, con proposte interessanti e articolate, che confidiamo possano dare vita a progettualità significative per una nuova qualità delle nostre città”, ha sottolineato l’assessora regionale al Commercio Roberta Frisoni. L’investimento iniziale è corposo: 14 milioni di euro per finanziare i progetti di riqualificazione e sviluppo, destinati a Comuni grandi e piccoli, con un occhio attento alle aree più fragili e decentrate. Altri 1,5 milioni sono già in fase di assegnazione per la realizzazione di nuovi studi di fattibilità.
L’obiettivo è chiaro: contrastare il degrado urbano, rilanciare il commercio di vicinato, promuovere la rigenerazione urbana, rafforzare l’imprenditoria locale – in particolare quella giovanile e femminile – e migliorare l’accessibilità e i servizi per i cittadini. Il tutto costruito su solide basi di partenariato tra enti locali, associazioni di categoria, imprese e soggetti pubblici e privati. Una pianificazione vera, fatta di accordi, triennalità, mobilità sostenibile e innovazione.
Dei 63 hub, 47 sono stati individuati nei centri storici o nelle aree centrali urbane, mentre 16 sono dislocati nelle periferie e nei piccoli borghi, per intercettare i bisogni quotidiani dei residenti e rilanciare territori spesso a rischio marginalità.
Una azione che rappresenta, in estrema sintesi, la differenza tra l’attesa e l’azione, tra la lamentela e la progettualità. E forse, anche tra il declino e la rinascita.
