10 Agosto 2026
Politica

Meloni vuole riportare il nucleare in Italia

Giorgia Meloni ha deciso di riaprire il dossier più scottante della politica energetica italiana: il nucleare. La premier ha annunciato al Senato che entro l’estate il governo approverà la legge delega per creare il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare nel paese. Una scommessa ambiziosa, che punta su sicurezza energetica e prezzi dell’elettricità alle stelle per riuscire dove tutti i predecessori hanno fallito. Ma gli ostacoli , storici, politici e tecnici , sono tutt’altro che superati.

Il piano si concentra sui cosiddetti small modular reactors, i reattori modulari di piccola taglia, tecnologia ancora in fase prototipale o di primissimo dispiegamento a livello globale. Rispetto ai reattori tradizionali sarebbero più compatti, teoricamente più veloci da costruire e meno costosi. Ma anche questa promessa va presa con cautela.

Chernobyl, Fukushima e l’ombra del referendum.

L’Italia ha un rapporto antico e conflittuale con l’atomo. I reattori vennero spenti dopo il referendum del 1987, convocato sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl , di cui quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario. Un secondo tentativo di rilancio, voluto dal governo Berlusconi nei primi anni Duemila, si infranse contro un altro referendum nel 2011, stavolta catalizzato dal disastro di Fukushima.

Quei voti, però, non furono mai soltanto referendum sulla tecnologia nucleare. Rispecchiarono una sfiducia profonda nelle istituzioni, timori sulla sicurezza e una cultura politica storicamente diffidente verso i grandi progetti infrastrutturali sostenuti dallo Stato , dinamiche che, secondo gli esperti, continuano a condizionare il dibattito ancora oggi.

Le scelte nucleari italiane, è un dato di fatto, sono state ripetutamente affidate alle urne anziché alla pianificazione industriale di lungo periodo.

L’opinione pubblica è cambiata, ma il consenso resta fragile.

I sondaggi degli ultimi due anni mostrano un’Italia meno ostile al nucleare rispetto al passato: il sostegno si aggira intorno al 50%, con punte leggermente superiori , una svolta rispetto a pochi anni fa, quando l’opposizione era netta. L’invasione russa dell’Ucraina, i rincari dell’elettricità e le preoccupazioni per la competitività industriale hanno ammorbidito le resistenze, soprattutto tra i giovani e il mondo imprenditoriale.

Eppure l’Italia rimane uno dei Paesi europei più scettici sul nucleare, stando a un recente sondaggio della World Nuclear Association. E gli analisti avvertono che quel consenso è ancora superficiale e facilmente vulnerabile alla politicizzazione.

Il paradosso italiano e gli ostacoli locali.

C’è un’ironia di fondo nella posizione italiana: il paese ha abbandonato la produzione nucleare interna decenni fa, ma importa tuttora grandi quantità di elettricità dalla Francia , in buona parte generata da centrali a fissione.

Il governo sostiene che riavviare la produzione nucleare ridurrebbe questa dipendenza rafforzando al contempo la base industriale del Paese. Ma i critici liquidano il piano come economicamente irrealistico. Gli impianti, secondo i critici, produrrebbero i primi kilowattora tra quindici anni, senza contare la resistenza delle comunità locali e gli immancabili ricorsi amministrativi e impugnazioni regionali che potrebbero bloccare per anni qualsiasi opera infrastrutturale.

Il vicepremier Matteo Salvini, infine, ha evocato più volte la possibilità di avere reattori operativi entro il 2032. Ma gli esperti considerano quella scadenza irrealistica per un Paese che dovrebbe ripartire da zero.

foto Governo.it