14 Ottobre 2026
Politica

Meloni verso le elezioni con le mani legate dalla disciplina di bilancio UE

Giorgia Meloni si avvicina alla campagna elettorale del 2027 senza la leva della spesa pubblica, uno strumento che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per la sua ricandidatura.

Le speranze della presidente del Consiglio di ottenere maggiore flessibilità di bilancio hanno subito un duro colpo dopo che l’agenzia statistica dell’Unione Europea ha confermato, ieri, che il disavanzo italiano nel 2025 ha superato i parametri fissati dai trattati europei.

I dati dell’Eurostat, infatti, hanno certificato un deficit pari al 3,1 per cento del PIL, un decimale oltre la soglia comunitaria, collocando l’Italia nella cosiddetta procedura per disavanzo eccessivo (PDE), il cartellino rosso che Bruxelles assegna agli Stati membri che non rispettano i vincoli di spesa e che viene rimosso solo quando il Paese dimostra di aver corretto il tiro in modo sufficiente.

Una notizia poco edificante per “Giorgia” che giunge a poche settimane da una pesante sconfitta politica interna: quella del referendum sulla giustizia.

Sul fronte del debito pubblico, il quadro è ancora più preoccupante: entro la fine dell’anno, l’Italia è destinata a sorpassare la Grecia come Paese più indebitato dell’intera Unione Europea.

Sul tema è intervenuto pure il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha commentato con pragmatismo i dati Eurostat: “L’arbitro ha deciso il rigore. Che si sia d’accordo o meno, queste sono le regole del gioco”.

Roma puntava a uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo in occasione della valutazione che la Commissione Europea condurrà a inizio giugno sull’allineamento dei bilanci nazionali alle regole comunitarie. Un obiettivo che era diventato una priorità dichiarata del governo Meloni. Tuttavia, anziché la tanto attesa promozione, l’Italia dovrà probabilmente fare i conti con nuovi vincoli alla spesa, proprio mentre l’Europa è alle prese con l’impennata dei prezzi energetici e con le ricadute economiche del conflitto in Iran.

Bruxelles ha offerto una certa flessibilità agli Stati membri per sostenere i cittadini e le imprese. Ma la Commissione ha respinto con fermezza le ripetute richieste di Roma di sospendere le regole fiscali europee per consentire una risposta espansiva.

Le ripercussioni economiche della guerra in Medio Oriente rischiano, per “Giorgia”, di rendere ancora più impervia la strada verso l’uscita dal tunnel. Il rincaro del petrolio, infatto, ha costretto l’Italia a rivedere al ribasso le stime di crescita, mentre il governo ha varato misure di sostegno alle famiglie per fronteggiare i rincari energetici: interventi che tenderanno ad ampliare il disavanzo nei prossimi anni, rendendo improbabile una chiusura anticipata della PDE da parte della Commissione.

Eppure, uscire dalla procedura prima del voto è per Meloni una questione non soltanto tecnica, ma politica. Con la coalizione di centrodestra appaiata nei sondaggi ai rivali di centrosinistra (peraltro senza che il Campo largo lo stia meritando), la premier ha bisogno di segnali di forza.

Abbandonare la lista dei Paesi “spendaccioni” avrebbe mandato un messaggio rassicurante ai mercati finanziari, tanto più rilevante per un Paese il cui rapporto debito/PIL è stimato al 138 per cento quest’anno.

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