15 Aprile 2026
Politica

Meloni (forse) si sfila dal fronte atlantico: “Operazioni fuori dal diritto internazionale”

Anche Giorgia Meloni, sul fronte della crisi iraniana, ha deciso di “attraversare il Rubicone”. A suggerirlo, sono le dichiarazioni rilasciate davanti al Parlamento italiano, critiche verso l’intervento militare americano ed israeliano in Iran, parte di un disegno geopolitico bollato per essere “al di fuori del diritto internazionale.”

Ma attenzione. Non si tratta di una dichiarazione di rottura con Trump. Ma è un riposizionamento inequivocabile, per quanto calibrato con la consueta prudenza meloniana.

L’Europa si compatta, con eccezioni.

Meloni non è sola. Nell’arco di una settimana, il fronte europeo critico verso i raid americano-israeliani sull’Iran si è allargato in modo significativo. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha definito la guerra “ingiustificata, pericolosa e illegale”, guadagnandosi in risposta gli insulti di Trump, che ha bollato il governo di Madrid come “terribile” e “ostile” minacciando di tagliare tutti i rapporti commerciali con la quarta economia dell’UE.

Il premier olandese Rob Jetten e il presidente francese Emmanuel Macron hanno usato formule quasi identiche a quelle di Meloni, affermando che le operazioni condotte dagli americani e israeliani sono “al di fuori del quadro del diritto internazionale.” L’unica voce fuori dal coro europeo resta il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che finora ha evitato critiche dirette a Washington.

La strage della scuola di Minab e il peso delle parole.

Nel suo intervento parlamentare, Meloni ha definito “massacro” il bombardamento di una scuola femminile che ha ucciso 168 studentesse, chiedendo che le responsabilità vengano accertate rapidamente. Diversi media internazionali hanno riferito che l’edificio è stato colpito da un raid americano su una base navale iraniana adiacente. Un sostantivo, la parola massacro, per nulla neutro per una leader che fino a ieri si era distinta per il sostegno incondizionato all’asse Washington-Tel Aviv.

Dietro il cambio di tono c’è anche una pressione interna che Meloni non può ignorare. I raid sull’Iran sono profondamente impopolari in Italia, dove l’opinione pubblica è schiacciante nel rifiuto di qualsiasi coinvolgimento in un nuovo conflitto mediorientale. E con un referendum sulle riforme della giustizia alle porte, trasformatosi di fatto in un plebiscito sulla tenuta della sua coalizione, la premier non può permettersi di apparire subalterna a decisioni militari prese a Washington.

Il tema delle basi militari americane in Italia è diventato una questione politica rovente. Meloni insiste che gli accordi degli anni Cinquanta consentono solo utilizzi logistici e tecnici, non il lancio di operazioni offensive, per le quali sarebbe necessaria un’autorizzazione parlamentare esplicita.

E qui arriva la stoccata all’opposizione, con quel pizzico di polemica che non guasta mai: “Mi stupisce che le stesse persone condannino questa decisione nel nostro Paese e la elogino in Spagna”, ha detto Meloni, rivendicando che la sua posizione sulle basi non è diversa da quella di Sánchez, solo che nessuno gliene dà atto.

Atlantismo sempre più con riserva.

Il riposizionamento di Meloni fotografa una tendenza più ampia: l’Europa sta lentamente ma visibilmente prendendo le distanze da una guerra che non ha voluto, non ha autorizzato e i cui costi economici sta già pagando in bolletta e alla pompa di benzina.

Non è una rottura con l’alleanza atlantica. È qualcosa di più sottile e forse più duraturo: la presa d’atto che seguire Washington ovunque, incondizionatamente, ha un prezzo che gli elettori europei non sono più disposti a pagare.

foto Governo.it