Medio Oriente: Trump tra promesse mancate, escalation e un fragile piano di tregua.
A sei mesi dal ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump si trova di fronte a un Medio Oriente in fiamme e un’Europa alle prese con il conflitto ucraino. Le sue promesse da campagna elettorale – risolvere i conflitti in Ucraina e in Israele “in un giorno” e tenere gli Stati Uniti fuori da nuove guerre – si sono scontrate con una realtà ben più complessa.
Dal suo insediamento, lo scorso 29 gennaio, Trump ha cercato di esercitare la propria influenza personale, vantando legami diretti con Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Ma i fatti hanno raccontato un’altra storia. Mentre la sua amministrazione è ancora alle prese con l’interpretazione di un leader imprevedibile, più attento alla lealtà che alla competenza del suo staff, sul terreno i conflitti si intensificano.
Negli ultimi tre mesi – ricorda un recente approfondimento di J. Scott Younger dell’IFIMES – Israele ha rafforzato il controllo su Gaza, tagliando fuori le agenzie internazionali, incluse le Nazioni Unite, e assumendo la gestione diretta degli aiuti. Il risultato è una crisi umanitaria drammatica: centinaia di morti per fame, e almeno 900 persone uccise dalle forze israeliane mentre tentavano di raggiungere i convogli alimentari. L’esercito ha giustificato l’azione sostenendo di temere attacchi da parte della folla disarmata. Ricordiamolo, i famosi “errori” citati quotidianamente da Benjamin Netanyhau e dal sanguinario IDF.
E, nel frattempo, la comunità internazionale, inclusa l’UE, ha parlato apertamente di violazioni del diritto internazionale e rischio genocidio. Combinando, però, ben poco.
Contro ogni raccomandazione tecnica, Israele e Stati Uniti hanno creato una nuova struttura per la distribuzione degli aiuti, che ha rapidamente mostrato i suoi limiti. E ora, Netanyahu, forte del sostegno quotidiano del presidente americano, ha già aperto (e chiuso a tempo di record) un nuovo fronte contro l’Iran. Paese dove l’effettiva entità dei danni è ancora oggetto di dibattito, anche se da oltre oceano, Trump ha celebrato la missione come un “completo successo”. Narrazione, però, contrastante con le immagini satellitari che sembrano smentire la versione ufficiale della Casa Bianca.
Il futuro della regione resta incerto. Analisti ed ex diplomatici invocano una soluzione a due Stati per Israele e Palestina, con una fase di transizione decennale guidata da figure di garanzia internazionali. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dovrebbero avere un ruolo centrale, così come i Paesi arabi vicini. Solo un piano equo, con confini definiti e una Palestina non dipendente da Israele, potrà porre fine al ciclo di violenza.
Trump, per ora, ha rispolverato il suo vecchio progetto della “Riviera del Medio Oriente”, ma non è chiaro se si tratti di un’idea concreta o di un’altra mossa di pubbliche relazioni.
Intanto, la storia corre veloce. E mentre Gaza brucia e l’Ucraina resiste, il mondo attende di capire se il presidente degli Stati Uniti sarà davvero capace di guidare il cambiamento – o se, ancora una volta, sarà la realtà a smentire le sue ambizioni.
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