Medio Oriente, l’UE lancia il “Team Gaza Initiative”. Ma senza pressione su Netanyahu a che servono gli aiuti umanitari?
La Commissione europea ha convocato oggi a Bruxelles la seconda riunione del Palestine Donor Group (PDG), co-presieduta dalla commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e dal primo ministro dell’Autorità Palestinese Mohammad Mustafa.
Nel corso dei lavori, ben sessantacinque delegazioni si sono riunite per il lancio della nuova iniziativa dedicata alla ricostruzione di Gaza (Team Gaza Initiative) e per discutere l’Agenda di riforme dell’Autorità Palestinese. All’incontro hanno partecipato per la prima volta anche l’Alto Rappresentante del Board of Peace, Nikolay Mladenov, e il capo del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, Ali Shaath.
883,6 milioni di euro per la Striscia.
Il cuore della riunione è il lancio ufficiale del “Team Gaza Initiative”, che mette insieme 883,6 milioni di euro di contributi finanziari destinati a sostenere azioni di ripresa immediata in diversi settori a beneficio della popolazione civile di Gaza. All’iniziativa partecipano i governi di Spagna, Danimarca, Regno Unito, Germania, Norvegia, Finlandia, Italia, Paesi Bassi, Francia, Giappone, Svizzera, Svezia e Belgio, insieme alla Commissione europea, alla Banca europea per gli investimenti e alla Banca Mondiale. Altri Paesi, tra cui Australia e Canada, hanno espresso interesse e dovrebbero aderire nei prossimi mesi.
Il progetto si basa sulla valutazione rapida dei danni e dei bisogni di Gaza pubblicata nell’aprile 2026 da Unione europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale, e punta a coordinare gli interventi per il ripristino dei servizi essenziali alla popolazione: infrastrutture idriche e sanitarie, gestione e rimozione delle macerie e dei rifiuti solidi, ripristino dei sistemi sanitari, energetici, agricoli e alimentari. Durante la sua recente missione in Israele e Palestina, la commissaria Šuica ha raggiunto un’intesa con le autorità israeliane sui prossimi passi per la realizzazione di due grandi progetti nei settori della gestione dei rifiuti e delle risorse idriche a Gaza, su cui si è svolto oggi un primo confronto tra i partecipanti.
Durante la riunione, l’Autorità Palestinese ha presentato lo stato di attuazione della propria Agenda di riforme. Tra i risultati illustrati figurano miglioramenti nella gestione fiscale e nella spesa pubblica, riforme nella governance pubblica, misure per migliorare il clima imprenditoriale, la digitalizzazione dei servizi pubblici e importanti aggiornamenti della rete di gestione idrica ed elettrica.
Il meccanismo PEGASE e i nuovi fondi.
Per veicolare i finanziamenti in modo sicuro e trasparente verso l’Autorità Palestinese, la Commissione si appoggia al meccanismo PEGASE, creato dall’UE nel 2008 con elevati standard di controllo attraverso audit preventivi e verifiche successive. Dalla sua creazione, PEGASE ha convogliato aiuti al popolo palestinese per un totale di 3,8 miliardi di euro. Ai margini della riunione, l’UE, insieme a Spagna, Danimarca, Cipro, Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Paesi Bassi, Francia, Svizzera e Belgio, ha firmato nuovi accordi di contribuzione per 41,7 milioni di euro attraverso PEGASE, che si sommano ai 310 milioni di euro già impegnati dalla Commissione europea per il biennio 2026-2027.
Una domanda che resta aperta.
Di fronte a questa nuova mobilitazione di risorse, che porta il sostegno complessivo dell’UE al popolo palestinese a quasi 30 miliardi di euro dal 1994, resta però da chiedersi quanto possa essere davvero efficace un impegno umanitario e finanziario di questa portata se non accompagnato da una pressione politica altrettanto concreta sul governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu. Diverse organizzazioni della società civile, eurodeputati ed esperti di diritto internazionale sostengono da tempo che gli aiuti alla ricostruzione rischino di rimanere in parte vanificati finché l’accordo di associazione UE-Israele, che regola le relazioni commerciali ed economiche tra le parti, non viene sospeso o quantomeno condizionato al rispetto del diritto internazionale umanitario, e finché continuano a essere importati nel mercato europeo prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati illegali dal diritto internazionale secondo le stesse posizioni ufficiali dell’Unione europea.
Su questo fronte, il dibattito a Bruxelles resta acceso e diviso. Alcuni Stati membri, insieme al Parlamento europeo, hanno più volte chiesto una revisione formale dell’articolo 2 dell’accordo di associazione, quello che lega la cooperazione economica al rispetto dei diritti umani, così come misure più stringenti sull’etichettatura e sul divieto di importazione dei beni prodotti negli insediamenti. Altri governi e la stessa Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, hanno finora privilegiato la via della cooperazione diplomatica e degli aiuti umanitari, sostenendo che mantenere aperti i canali di dialogo con Israele, anche attraverso strumenti come il Board of Peace guidato da Nikolay Mladenov, sia funzionale a garantire la piena attuazione degli accordi di pace e la sicurezza degli aiuti stessi sul terreno.
Resta il fatto che, senza un cambio di passo su questo secondo binario politico, il rischio segnalato da più osservatori è che l’Unione europea continui a finanziare la ricostruzione di infrastrutture che, in assenza di garanzie strutturali e di una pressione più decisa sul governo israeliano, potrebbero tornare a essere esposte agli stessi rischi che ne hanno reso necessaria la ricostruzione.
foto European Union, 2021 EC-Audiovisual Service / Aurore Martignoni
