14 Agosto 2026
Europa

Medio Oriente in fiamme: l’ONU “lancia l’allarme”. Come sempre servirà a poco.

C’è una costante rassicurante in ogni conflitto del XXI secolo: qualunque cosa accada, l’ONU esprimerà “profonda preoccupazione”. Puntuale come un orologio svizzero, e altrettanto incapace di fermare una guerra.

Ieri, mentre il Medio Oriente bruciava tra raid sugli impianti petroliferi, attacchi agli impianti di desalinizzazione e ondate di missili iraniani su Israele, il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric si è presentato in conferenza stampa per adempiere al consueto rituale. “Continuiamo a lanciare l’allarme sull’impatto umanitario della violenza crescente”, ha dichiarato solennemente. L’ONU è “particolarmente preoccupata” per i raid sulle infrastrutture petrolifere, che “potrebbero avere gravi conseguenze ambientali”.

Applausi. Sipario e fine della recita.

Nel frattempo, la realtà sul terreno procede indifferente ai comunicati dell’ONU. Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno scatenato l’offensiva contro l’Iran, il bilancio dei morti ha superato quota 1.250, tra cui il Leader Supremo Khamenei, oltre 150 bambine e numerosi alti ufficiali.

Nessuna risoluzione ONU ha fermato nulla. Nessun appello ha cambiato una traiettoria di missile. Nessuna “profonda preoccupazione” ha salvato una vita. Eppure l’organizzazione fondata nel 1945 per scongiurare nuove guerre mondiali continua imperterrita nel suo ruolo preferito: quello dello spettatore indignato, munito di microfono ma privo di potere.

L’unica decisione concreta sul conflitto, infatti, non arriva da Ginevra o da New York: Trump ha annunciato che sarà lui, insieme a Netanyahu, a decidere quando e come porre fine alla guerra. L’ONU potrà tranquillamente prepararsi al prossimo comunicato stampa.

foto UN Photo/Eskinder Debebe