Medio Oriente e Nord Africa, il nuovo baricentro del mondo multipolare?
Il Medio Oriente e il Nord Africa non sono più soltanto il teatro della competizione tra grandi potenze, ma stanno emergendo come attori autonomi, capaci di influenzare e orientare gli equilibri globali. È questa la tesi centrale dell’analisi “The Middle East and North Africa: Strategic Competition, Energy and Security. Reconfiguring the Global Balance”, firmata dal generale Corneliu Pivariu, membro dell’Advisory Board di IFIMES.
Secondo Pivariu, il vero potere del XXI secolo non risiede più solo nella forza delle armi, ma nella capacità di connettere risorse, rotte e persone. Una chiave di lettura che aiuta a comprendere perché il MENA (il Medio Oriente e il Nord Africa) sia oggi uno snodo cruciale di storia, religione, energia e geopolitica, dove civiltà millenarie, interessi economici globali e ideologie contemporanee si intrecciano in un processo di trasformazione continua.
Energia e interdipendenza strategica.
L’energia resta il pilastro del potere regionale. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti continuano a detenere una quota decisiva delle risorse mondiali di petrolio e gas, ma hanno progressivamente superato il ruolo di semplici fornitori. “Negli ultimi vent’anni, spiega l’autore, si sono trasformati in veri centri strategici, investendo in tecnologia, infrastrutture, difesa ed energie rinnovabili”.
Corridori energetici, idrogeno verde, solare dal Maghreb, collegamenti trans-sahariani e grandi porti sono oggi il sistema circolatorio dell’economia globale che contraddistingue alcune nazioni leader per Pivariu: “L’energia non è più soltanto una risorsa, ma il linguaggio stesso della geopolitica contemporanea. In questo contesto, il baricentro mondiale si sposta dall’Atlantico verso l’Indo-Pacifico, con il MENA a fare da interfaccia decisiva tra Nord industrializzato e Sud globale”.
La competizione tra le potenze.
La regione è anche il palcoscenico più evidente della nuova competizione globale. Gli Stati Uniti cercano un equilibrio tra disimpegno e influenza selettiva, puntando sulle alleanze e sugli Accordi di Abramo. La Cina avanza con una strategia meno appariscente ma efficace, attraverso la Belt and Road Initiative e un ruolo crescente di mediazione diplomatica. La Russia, pur indebolita dalla guerra in Ucraina, conserva ancora punti di appoggio strategici in Siria, Iran e Algeria.
L’Unione europea, sempre più marginale, continua a soffrire l’assenza di una visione coerente in materia di sicurezza. Nel frattempo, l’India rafforza silenziosamente la propria presenza economica nel Golfo e in Africa orientale, mentre il formato BRICS+ attira sempre più Paesi arabi in cerca di alternative finanziarie ed energetiche.
Anche gli attori regionali rivendicano maggiore autonomia: l’Iran sta rafforzando il cosiddetto “asse della resistenza”, l’Arabia Saudita diversifica le alleanze e guarda a un ruolo globale, la Turchia gioca su più tavoli tra NATO, Russia e mondo musulmano, mentre Israele conserva la superiorità tecnologica e informativa ma affronta una crescente erosione della propria immagine internazionale, aggravata dalla crisi di Gaza.
Sicurezza fragile e guerre a bassa intensità.
La guerra a Gaza resta l’epicentro delle tensioni. Dopo oltre un anno di conflitto aperto, il bilancio umano e politico è devastante e il processo di pace appare paralizzato. L’estensione delle ostilità, dalle pressioni sulle rotte del Mar Rosso agli attacchi provenienti dallo Yemen, dimostra come la guerra regionalizzata sia ormai una realtà.
In questo scenario, la sicurezza del MENA appare come un mosaico fragile, dove ogni crisi locale è legata a equilibri globali più ampi. Il controllo della narrazione – chi è aggressore, chi vittima, chi decide la legittimità dell’azione – diventa parte integrante del conflitto, in una dinamica che ridefinisce il rapporto tra potere e percezione.
La conclusione è quindi netta: il Medio Oriente e il Nord Africa sono diventati il laboratorio del nuovo ordine multipolare, secondo Pivariu. Qui si intrecciano potere economico, energetico, tecnologico e informativo, e qui si riflettono, indirettamente, anche le future condizioni di sicurezza dell’Europa.
In un mondo in cui la forza delle armi cede sempre più il passo alla forza delle connessioni, l’influenza si misurerà dunque nella capacità di comprendere e anticipare i cambiamenti. Non saranno soltanto le grandi potenze a contare, ma anche quei Paesi capaci di costruire ponti.
foto Army Spc. David Dumas
