11 Giugno 2026
Politica

Medicina Generale, 496 posti da coprire e solo 41 medici trovati: più soldi non bastano e chi governa non ha risposte

Erano 496 i posti disponibili. Settanta i medici che hanno partecipato al bando. Alla fine, in fase di accettazione degli incarichi, molti di questi settanta non si sono nemmeno presentati alla convocazione. Gli ambulatori assegnati ufficialmente sono stati appena 41. Quarantuno su 496. Meno del 10%.

Se c’è un dato che fotografa con spietata chiarezza lo stato della sanità territoriale sarda, è questo. Non serve aggiungere molto: molti paesi dell’isola continueranno a restare senza un medico di base. E chi non riesce a curarsi vicino a casa finirà , come già accade, per ingolfare i Pronto Soccorso delle città, gli ospedali già al limite, o, nel caso peggiore, a rinunciare del tutto al diritto alla salute.

I numeri certificati da ARES sono impietosi: tra il 2019 e il 2025 i medici di medicina generale in Sardegna si sono ridotti del 40,3%, contro una media nazionale del 14,1%. Oltre il 60% di quelli ancora in attività supera già il massimale di 1.500 assistiti. La crisi non è imminente: è già in atto da anni, e si aggrava.

Più soldi non bastano.

Eppure anche questo bando prevedeva una novità (peraltro introdotta dal tanto criticato centrodestra della XVI Legislatura): gli incentivi economici per le “zone disagiate”, un tentativo di rendere più appetibili le sedi nei piccoli comuni. Risultato: su 496 posti, ne sono stati coperti 41. La distribuzione territoriale racconta la solita storia , 18 sedi assegnate nel Cagliaritano, 8 nel Sassarese, e briciole nel resto dell’isola: 4 nel Medio Campidano, 4 in Gallura, 3 nell’Oristanese, 2 in Ogliastra, 1 nel Sulcis, 1 nel Nuorese.

Non sono, dunque, gli incentivi economici a fare la differenza. Le risorse messe a disposizione dalla Regione, che pure sono un’importante misura, non bastano a convincere i colleghi ad andare nei piccoli paesi.

È una realtà di fatto che vale come una pietra tombale su anni di politiche sanitarie regionali fondate sull’idea che il problema fosse solo una questione di soldi. Non lo è. Non lo è mai stato. E continuare a inseguire quella logica significa sprecare risorse pubbliche senza cambiare nulla di strutturale.

I buoi sono scappati dalla stalla. Anche con l’aiuto del centrosinistra.

La crisi della medicina territoriale sarda non è figlia della giunta Todde. I buoi sono scappati da tempo, e il recinto è rimasto aperto per anni , anche quando a governare la Sardegna era il centrosinistra. Le politiche di depauperamento della medicina di base, i ritardi nell’adeguamento dei contratti, la mancata costruzione di un sistema che rendesse attrattiva la professione nelle aree interne: tutto questo ha radici lunghe, e sarebbe disonesto attribuirne la responsabilità solo all’ultimo esecutivo.

Ma oggi a governare è la giunta Todde, insediatasi dopo che nel 2023 il centrosinistra si era presentato agli elettori sardi come una coalizione competente, solida, all’altezza della sfida. Due anni dopo, quella solidità si è rivelata fragile quanto un castello di carte. Il Consiglio regionale arranca, con un’aula che fatica a essere operativa e una maggioranza più attenta all’emendamento puntuale che alla partecipazione responsabile ai lavori , come dimostrano le ripetute difficoltà a garantire il numero legale per le sedute, tanto da richiedere pubblici inviti alla puntualità.

Su un dossier delicato come quello sanitario, che richiederebbe visione strategica e discontinuità reale rispetto al passato, la giunta regionale non ha ancora dimostrato di avere una risposta all’altezza.

Il vero problema nascosto dalla retorica “del paradiso terrestre”: la Sardegna non è attrattiva. E nessuno sa come renderla tale.

Il dato strutturale che nessuna giunta ha ancora affrontato davvero è questo: la Sardegna non è attrattiva per i medici che vengono dall’esterno , né dalle altre regioni italiane, né dall’Europa. Non lo è per ragioni geografiche, di isolamento, di qualità dei servizi nelle aree interne, di prospettive di carriera, di contesto familiare e sociale. Gli incentivi economici possono spostare qualche ago della bilancia ai margini, ma non cambiano il quadro.

Renderla attrattiva richiederebbe un progetto serio: accordi con le università del continente, percorsi di specializzazione in loco, politiche abitative e di servizi per i medici disposti a trasferirsi nelle aree disagiate, un ripensamento profondo del modello assistenziale che non si limiti a cercare medici da piazzare negli stessi ambulatori di trent’anni fa.

Chi dovrebbe elaborare questo progetto? La stessa giunta che, da due anni, non riesce ancora a dare risposte convincenti sulla gestione ordinaria? La stessa coalizione che si presentò come competente e che oggi deve rispondere non solo dei propri errori?

Quarantuno medici su 496 posti disponibili. Il problema non è il bando. È la Sardegna che non può andare più da nessuna parte.