Maurizio Battista: “La comicità non si insegna, si vive”
Sul palco porta la quotidianità, quella vera, fatta di piccole cose che , se sai leggerle , nascondono sempre una sfumatura comica. A pochi giorni dal suo nuovo spettacolo “Uno, nessuno, centomila”, Maurizio Battista si racconta senza filtri: parla di gavetta, di comici improvvisati nati sui social, di politically correct e di un compleanno, il sessantanovesimo, festeggiato con il regalo più grande di tutti…
Parlando di “Uno, nessuno, centomila”, andando oltre la riflessione sui ritmi e le aspettative imposte dalla routine quotidiana, c’è qualche anticipazione per chi verrà a vederti sul palco stasera?
“Lo spettacolo è in gran parte interattivo e improvvisato, dipende sempre dal pubblico che incontro. Gli argomenti sono talmente tanti che se mi mettessi a elencarli non basterebbero mille date. È l’imprevedibilità, il bello”.
La tua cifra stilistica prende soprattutto dalla quotidianità. Ma cosa ha di così speciale il quotidiano?
“Il quotidiano, se sai leggerlo è tutto… ma non è facile: chi lo capisce davvero sa che ha sempre qualche sfaccettatura. Qualcosa che, se sai come cercarlo o se riesci a percepirlo, fa ridere“.

Cosa fa ancora ridere Maurizio Battista e cosa invece proprio non ti strappa neanche un sorriso?
“A me non fanno ridere quelli che fanno finta di essere comici. C’è stata un’epidemia di comici ormai, tra web, TikTok e tutto il resto, e questo fa sì che chiunque pensi di far ridere. Ma la comicità è un’altra cosa. Adesso si butta via”.
Ci sono spesso in giro corsi di recitazione, di danza. Secondo te la comicità si può insegnare? E nel nuovo filone della comicità in Italia, i ragazzi fanno ancora la gavetta nei locali di provincia?
“Oggi loro pensano che la gavetta sia fare stand up nei localetti. Ma quella non è gavetta. La gavetta è prima di tutto esperienza. In certi locali dove questi ragazzi si esibiscono, il pubblico , studenti, ragazzi , è già predisposto a ridere anche su argomenti forti, troppo forti. La gavetta invece è fatta di carriera, di crescita: se lavori sempre con le stesse persone, sempre negli stessi posti, che crescita è? Ne hai visto uno, li hai visti tutti. La vera crescita è vivere: quando ti succede qualcosa nella vita, quando c’è un dolore, quando c’è qualcosa di bello, quando passano gli anni. Per quanto riguarda i corsi: se vuoi fare il cantante, il ballerino, un corso di dizione, non fa mai male. Ma il corso di comicità è un errore. Cos’è, la comicità? Si fa un corso per quello? Se hai talento e predisposizione, ok , ma se ce l’hai, non hai bisogno del corso di nessuno. Per dizione e recitazione va bene, ma per la comicità… lasciatelo dire: non buttate i soldi”.
La comicità che resta nel tempo deve necessariamente portare il pubblico a riconoscersi nelle battute?
“Domanda intelligente. Se il pubblico non si riconosce in quello che dici, in quello che vede, in quello che gli fai vedere, non può ridere: deve immedesimarsi. Lo dico ai giovani: non vi siete mai accorti di certe cose? Quando fai capire questo, purtroppo una certa generazione pensa di poter portare il pubblico a pensarla come loro. Ma il pubblico, quando entra pensa in un modo, e quando esce pensa nello stesso modo. Nessuno di noi può insegnare qualcosa a qualcun altro”.

Quando una battuta che funzionava nel tuo repertorio cade nel silenzio sul palco, come la recuperi?
“Se non “zoppica” già le prime volte che la fai, allora può solo migliorare , diventa repertorio. Poi vedi che funziona, ci lavori sopra un po’ di orecchio, e può solo crescere. Se all’inizio funziona, bene; se non funziona, va bene lo stesso, perché non ho la verità in mano: rischio anch’io che qualcosa non funzioni”.
Hai sempre avuto un rapporto di vicinanza con gli spettatori: ti è mai capitato che in sala qualcuno/a tirasse fuori una risposta così assurda da spiazzarti, costringendoti a improvvisare su due piedi?
“Forse mi è successo vent’anni fa, trent’anni fa. Adesso no, perché stasera il pubblico ha scelto di essere lì. Vuole stare con me, io voglio stare con loro. Poi certo, si può diventare irriverenti, come dici tu, ma diventa sempre come ti sei posto tu , perché il pubblico si pone come tu ti poni”.
Cosa ne pensi del politicamente corretto? Ti piace, ti limita?
“Dipende da come li porti gli argomenti. Su alcuni temi, la religione, ecc., io vado più cauto. Ma dico delle cose sui gay, sui calvi, su quelli più effeminati… però prima di prendere in giro qualcun altro, prendo in giro me stesso. Quando prendo in giro me, allora posso farlo anche con te che sei gay, o con te che sei zoppo, o con te che sei così… ci sta, no? Se stiamo scherzando. Ma sempre nei limiti, come si dice: c’è modo e modo”.
Il 29 giugno hai spento 69 candeline. C’è un regalo che ti ha commosso più degli altri?
“Beh, io ho una figlia piccola di nove anni, quella che cresce… lei che cresce e io che invecchio: mi fa una grande emozione, mi commuove. Questa bambina che cresce, questo grande divario d’età. Il regalo è Anna. Anna è il mio regalo”.
Chiudiamo come abbiamo iniziato, rifacendoci al nome del tuo spettacolo, “Uno, nessuno, centomila”: si può fare a meno di una maschera per vivere bene?
“Sarebbe opportuno. Non servono le maschere. Più sei te stesso, meglio è. Io, quando sono qui, mi vedi? Che “busto” mi porto dietro? Quando vado al parco non ho addosso nessuna corazza, ma sono sempre io. Cerchiamo di essere noi stessi: se siamo un po’ bruttarelli, restiamo così; se siamo un po’ “toccati”, va bene lo stesso , perché altrimenti nascondiamo sempre qualcos’altro. Cerchiamo di essere noi stessi, prima di tutto perché è più facile, e poi perché è meno impegnativo. Io sono sempre stato me stesso: c’è chi mi apprezza e chi mi critica, ma questo fa parte della vita. Però essere te stesso conviene, e soprattutto essere onesti e dignitosi , questa sì che è una cosa importante”.
