Manovra regionale. La vera vergogna (cari FDI) non sono i sei mesi. È tutto quello che succede prima, durante e dopo
Sei mesi. È il tempo che Fratelli d’Italia ha scelto di mettere in fila, giorno per giorno, come prova provata del fallimento della maggioranza regionale sulla variazione di bilancio. Il capogruppo Paolo Truzzu parla oggi di “fallimento politico”, il vice capogruppo Fausto Piga, a sua volta, di “gestazione infinita” da indurre prima che sia troppo tardi. Toni da tragedia greca per un atto amministrativo che, in una Regione normale, dovrebbe essere ordinaria amministrazione.
E hanno pure ragione, sia chiaro: tredici giorni per non riuscire nemmeno a fissare il termine degli emendamenti sono oggettivamente imbarazzanti. Ma qui casca l’asino, o meglio, casca l’intero teatrino istituzionale sardo: possibile che l’unica cosa su cui l’opposizione trovi la voce sia il cronometro? Possibile che nessuno, in Consiglio regionale, senta il bisogno di alzarsi e dire la cosa davvero indecente, quella che si consuma puntualmente ogni volta che si mette mano a un assestamento di bilancio o a una manovra finanziaria? L’impedimento è sostanziale vista la prassi rodata e, purtroppo, taciutamente istituzionalizzata che interessa il cosiddetto fenomeno degli “emendamenti puntuali” in Consiglio regionale.
Il vero scandalo non ha bisogno di un cronometro.
Mentre ci si accapiglia sui giorni di ritardo, il rito che conta davvero va in scena sottotraccia, lontano dai comunicati stampa: milioni di euro pubblici che, manovra dopo manovra, assestamento dopo assestamento, vengono distribuiti senza bando, senza criteri trasparenti, e, in molti casi, senza merito. Bastano condizioni facili da comprendere.
Un sottobosco poco conosciuto (si conoscono solo gli importi e i nomi) che parlano dello spin off di partito che deve fare murales da 60mila euro, dei milioni di euro dati alla diocesi di Cagliari, fino ad arrivare alla pro loco del territorio che deve organizzare l’ennesima “triste salsicciata” dedicata al santo o alla santa. Così fan tutti”.
Questa è la vera vergogna, non i sei mesi. Perché la scarsità di risorse di cui tutti si riempiono la bocca, maggioranza e opposizione insieme, è in realtà un racconto comodo: le risorse in Sardegna ci sono, e sono pure ingenti. Il problema non è la cassa vuota, è la cassa gestita come un bancomat personale, gli orticelli dei quali nel 2026 si sono (quasi) tutti rotti un po’ le scatole per usare un eufemismo. Finanziamenti a pioggia (sarebbe meglio chiamarlo in altro modo) senza bando pubblico, senza gara, senza la fatica di dover spiegare a un cittadino perché quei soldi sono andati proprio lì e non altrove.
Un silenzio bipartisan che vale più di mille comunicati.
E qui arriva la parte più comica, se non fosse tragica: su questo, il silenzio è trasversale. Nessun gruppo consiliare, di maggioranza o di opposizione, ha mai sentito il bisogno di una conferenza stampa per dire basta ai finanziamenti ad personam. Nessuno ha mai chiesto, con la stessa veemenza riservata oggi da FdI al cronometro sulla variazione di bilancio, una moral suasion collettiva contro la pratica din distrarre l’opinione pubblica con le liti di palazzo mentre le vere risorse sarde continuano a essere spartite secondo logiche di vicinato politico. Perché quella pratica, a differenza del ritardo sulla manovra, non fa notizia: fa comodo a tutti, indistintamente, a prescindere dal colore della maggioranza di turno.
Così, mentre oggi la minoranza (ieri al governo) si inerpica sul “parto forzato” per la variazione di bilancio, il vero parto che la Sardegna aspetta da anni è la presenza di una classe dirigente capace di meritarsi tale titolo.
