7 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Manifesti e ignoranza a Cagliari: chi insulta il ricordo non conosce la storia.

C’è qualcosa di profondamente amaro nel vedere in viale Fra Ignazio manifesti (oltre che abusivi) denigratori verso il Giorno del Ricordo trasformato in un bersaglio per inutili slogan urlati da chi, della storia, conosce a malapena il titolo di un post su Instagram.

Carte incollate sui muri che non offendono un’idea politica: offendono i morti delle foibe, l’esodo giuliano-dalmata, le famiglie che in pochi anni videro scomparire case, dialetti, cimiteri, fotografie ingiallite e un’intera civiltà di confine.

Vale la pena ripeterlo, soprattutto a chi si improvvisa tribuno senza aver mai aperto un libro: il 10 febbraio non celebra un partito, ma ricorda migliaia di italiani gettati nelle cavità carsiche e oltre trecentomila esuli costretti ad abbandonare Istria, Dalmazia e Quarnaro. Luoghi che forse molti di questi giovani militanti non saprebbero nemmeno indicare su una cartina geografica, ma che per generazioni sono stati patria concreta, non una categoria ideologica.

Il-manifesto
Il-manifesto

Fa sorridere – amaramente – che proprio coloro che si proclamano paladini dell’accoglienza dimentichino, con una tale condotta, gli oltre 190 centri profughi sparsi nell’Italia del dopoguerra, dove gli esuli furono ammassati tra diffidenza e discriminazioni. Altro che narrazione comoda: fu un’integrazione durissima, fatta di valigie di cartone, di bambini insultati a scuola perché “slavi” o scambiati per fascisti, di famiglie che ricominciarono da zero in un Paese stremato. Una storia che meriterebbe rispetto, non sarcasmo da bacheca.

L’impressione è che l’attivismo di una certa gioventù sia alimentato più da ignoranza, provincialismo e slogan imparati a memoria che da conoscenza reale. Tra un’assemblea “nelle more in cui” e qualche roboante “dichiarazione programmatica”, si continua quindi a produrre un analfabetismo funzionale travestito da impegno civile. Si parla molto, si studia pochissimo. E quando la storia non la si conosce, la si riduce a caricatura, a bersaglio su cui esercitare un coraggio di cartone.

Nessuno chiede devozione acritica. La memoria è complessa, non appartiene a una bandiera sola. Ma c’è un confine elementare tra discussione e vilipendio, tra critica e insulto alle vittime. Superarlo significa sputare su un dolore che non si è mai avuto la fatica di comprendere.

A chi ha appeso quei manifesti si potrebbe dire semplicemente questo: prima di impugnare la colla, impugnate un libro. Parlate con un figlio di esuli, visitate un centro di documentazione, ascoltate le testimonianze. Scoprirete che dietro le parole “foibe” ed “esodo” non c’è propaganda, ma, bensì, vite spezzate.

La storia non pretende applausi, pretende studio. E chi la calpesta per gioco ideologico non è un rivoluzionario: è solo l’ennesimo ripetente che ha marinato le lezioni più importanti. Un po’ di silenzio, ogni tanto, sarebbe un segno di intelligenza. E quella, purtroppo, non è cosa per tutt*.