17 Ottobre 2026
PoliticaSardegna

Maltempo. Sardegna: terra di visioni faraoniche, infrastrutture di cartapesta.

In Sardegna si parla spesso di visione. Di strategie. Di grandi opere. Di piani di sviluppo degni di una potenza globale. Poi arriva una perturbazione — pioggia, vento, qualche giorno di maltempo — e il sistema collassa come un castello di sabbia, come ha ricordato negli ultimi giorni il disagio lungo la Statale 195.

Il traffico si paralizza, i collegamenti saltano, i porti rallentano, le strade diventano trappole e l’economia locale entra in apnea. Gli operatori economici infatti, già provati da costi, burocrazia, un mercato locale che si restringe anno dopo anno, si ritrovano ancora una volta vittime di una pianificazione che definire irresponsabile è un eufemismo.

La verità è semplice e scomoda: non è il maltempo il problema (quello sarà sempre ciclico). Il problema è l’assenza cronica di prevenzione, manutenzione, resilienza infrastrutturale e cultura del servizio pubblico. Un territorio, la Sardegna, dove la classe dirigente di turno non manca di parlare di “laboratorio del futuro”, ma che reagisce alle emergenze come un sistema improvvisato, reattivo e fragile.

E mentre cittadini e imprese contano i danni reali, quelli che bloccano fatturati, consegne, turismo e fiducia, la classe dirigente si mobilita per il rituale più prevedibile di tutti: il tour mediatico della “conta dei danni”. Sopralluoghi, dichiarazioni, promesse e richieste milionarie al governo per lo stato di calamità.

Gridare allo scandalo dopo, invocare fondi emergenziali, lamentarsi di Roma, di Bruxelles o del destino cinico e baro è fin troppo facile. Più difficile è assumersi la responsabilità di anni di programmazione debole, manutenzione trascurata, investimenti annunciati e mai consolidati. D’altronde, basterebbe guardare i lavori in Consiglio regionale, si preferisce dare 30mila euro “a questo o a quel tale” piuttosto che andare all’origine dei problemi e stanziare risorse di conseguenza.

Non basta urlare al ristoro. Dunque. Non basta presentare richieste milionarie. Non basta recitare la parte delle vittime quando il vero deficit è il senso del servizio pubblico.

Perché un territorio non si governa con i comunicati stampa o circondata dalla Protezione civile nelle uscite pubbliche post devastazione. Si governa con infrastrutture che reggono, piani che funzionano, prevenzione che evita il disastro e amministratori che rispondono dei risultati, non solo delle emergenze.

E finché in Sardegna basterà una pioggia per smascherare la distanza tra i proclami e la realtà, ogni discorso su “visioni” e “progetti faraonici” resterà quello che è: retorica bagnata dal primo temporale.