L’Unione Europea pecca anche sul fronte delle pensioni complementari: scarsa trasparenza e pochi incentivi.
A fronte di una popolazione che invecchia e sistemi pensionistici statali sempre più sotto pressione, l’Unione Europea non è riuscita a promuovere efficacemente le pensioni complementari, fondamentali per garantire un reddito adeguato ai cittadini al momento del pensionamento. È quanto emerge dalla relazione speciale n. 14/2025 pubblicata oggi dalla Corte dei conti europea.
La relazione evidenzia come l’UE non sia riuscita a creare le condizioni per un mercato pensionistico realmente paneuropeo. Il Prodotto pensionistico individuale paneuropeo (PEPP), entrato in vigore nel 2022, avrebbe dovuto fornire uno strumento portabile e standardizzato per il risparmio pensionistico, ma si è rivelato finora un flop. Mancanza di incentivi fiscali e un tetto dell’1% su costi e commissioni hanno reso il PEPP poco attraente: nel 2025 è stato adottato da meno di 5.000 risparmiatori, per un totale di appena 12 milioni di euro in gestione.
Attualmente, il mercato delle pensioni complementari nell’UE coinvolge circa 50 milioni di persone, ma resta concentrato in pochi Stati membri dove tali sistemi sono storicamente consolidati, come Danimarca e Paesi Bassi. Nonostante le iniziative della Commissione e dell’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA), il secondo pilastro del sistema pensionistico – quello occupazionale – e il terzo, costituito da prodotti individuali, non hanno ancora assunto un ruolo rilevante nel panorama europeo.
A complicare ulteriormente il quadro è la scarsa trasparenza sui costi e sui rendimenti dei fondi pensione. I cittadini europei, prossimi alla pensione, non dispongono ancora di un quadro completo e facilmente accessibile delle loro prospettive pensionistiche, che includa pensioni statali, aziendali e individuali. Le iniziative dell’EIOPA per migliorare le informazioni a disposizione di lavoratori e pensionati non sono state sufficienti, e i fondi pensione restano spesso opachi in termini di performance e commissioni.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato (come sempre in casa UE) dall’applicazione disomogenea delle norme nei diversi Stati membri. La vigilanza sui fondi pensione resta frammentata e l’EIOPA, operando in un regime di armonizzazione minima, non è riuscita a imporre standard comuni. Le autorità nazionali, infatti, hanno aderito solo in parte alle iniziative proposte a livello europeo.
Nel complesso, il settore dei fondi pensione aziendali e professionali gestisce circa 2.800 miliardi di euro e interessa milioni di lavoratori e pensionati. Tuttavia, il suo peso economico varia drasticamente da un paese all’altro. In alcuni Stati membri, queste forme di previdenza integrativa rappresentano una quota significativa del reddito pensionistico, mentre in altri sono quasi assenti.
“In un momento in cui le economie dell’UE affrontano sfide demografiche e finanziarie, le pensioni complementari dovrebbero giocare un ruolo sempre più centrale”, ha dichiarato Mihails Kozlovs, membro della Corte dei conti e responsabile della relazione. “Purtroppo, né le pensioni promosse dai datori di lavoro né i prodotti individuali europei hanno mantenuto le promesse. È necessario fare di più”.
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