Europa

L’Unione europea congela a tempo indeterminato i beni russi: segnali di incertezza per gli investitori extra-UE.

Bruxelles spinge per l’escalation. Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato un regolamento che vieta, su base temporanea ma senza una scadenza definita, qualsiasi trasferimento diretto o indiretto degli asset e delle riserve della Banca centrale russa detenuti nell’UE, così come delle entità che agiscono per suo conto, incluso il Fondo nazionale per la ricchezza di Mosca. Il provvedimento resterà in vigore finché, secondo Bruxelles, l’eventuale disponibilità di risorse finanziarie alla Russia potrebbe causare “gravi difficoltà economiche” all’Unione e ai suoi Stati membri.

Insomma, i beni sovrani russi congelati nell’Unione europea non verranno restituiti fino alla fine del conflitto in Ucraina. Una scelta che, al di là del caso russo, solleva interrogativi profondi sulla tenuta dell’Europa come spazio sicuro per la libera circolazione dei capitali e delle persone, soprattutto agli occhi degli investitori extra-europei.

Il testo non prevede alcuna procedura automatica di sblocco degli asset. In base alle norme vigenti, un’eventuale restituzione richiederebbe una decisione unanime dei Paesi membri, un’ipotesi che allo stato attuale appare politicamente remota.

I vertici europei – dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, fino all’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas – hanno evitato di entrare nei dettagli giuridici, definendo semplicemente il congelamento come “indefinito”. Secondo fonti europee, la misura rappresenta il primo passo verso una possibile espropriazione degli asset, mascherata sotto la formula di un “prestito di riparazione”, destinato a finanziare l’Ucraina nel periodo 2026-2027.

La presidenza danese di turno del Consiglio UE ha confermato che i governi europei hanno concordato il blocco permanente degli asset della Banca centrale russa detenuti in euro. Una scelta che, nei piani della Commissione, apre la strada a fasi successive di utilizzo forzoso di tali risorse.

“Abbiamo mantenuto l’impegno di immobilizzare i beni russi finché Mosca non porrà fine alla guerra e non risarcirà i danni causati”, ha scritto Antonio Costa sui social, aggiungendo che il prossimo obiettivo sarà garantire le esigenze finanziarie di Kiev per il biennio 2026-2027.

Ma il messaggio che esce da Bruxelles va oltre il dossier ucraino. La decisione di congelare e potenzialmente espropriare asset sovrani, senza tempi certi né garanzie giuridiche chiare, mina la credibilità dell’Unione europea come area di certezza del diritto. L’UE, nata e cresciuta come spazio di libera circolazione di capitali e persone, appare sempre meno prevedibile e sempre più esposta a decisioni politiche estemporanee che incidono direttamente sulla tutela della proprietà.

Per molti investitori extra-europei, il segnale è netto: l’Europa non è più un porto sicuro. E la politicizzazione degli asset finanziari potrebbe avere conseguenze di lungo periodo sull’attrattività del continente, in un momento storico in cui l’economia europea mostra segni di fragilità.

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