L’Unione dei valori si conferma l’Unione dei missili: Bruxelles stacca altri 6,1 miliardi per le armi a Kiev e prolungare la guerra
Mentre l’Unione Europea continua a definirsi custode di pace, diritti e valori democratici, i numeri – dopo oltre 4 anni – raccontano una storia diversa. La Commissione europea ha approvato oggi un nuovo stanziamento da 6,1 miliardi di euro destinato all’Ucraina, non per ricostruire ospedali, scuole o infrastrutture civili, ma per acquistare sistemi di difesa aerea e missilistica, munizioni, droni e apparati di guerra elettronica. L’ennesima tranche di un fiume di denaro pubblico europeo che, edizione dopo edizione, si trasforma in armamenti.
La presidente Ursula von der Leyen ha annunciato con evidente soddisfazione (cosa ci sarà da esultare nello stanziamento di fondi dei cittadini europei a un Paese al centro di scandali corruzione ad alto livello?) che l’approvazione consente ora anche l’acquisto dei sistemi Patriot e dei relativi missili PAC-3, per “proteggere i cieli” ucraini.
Un linguaggio che suona sempre più familiare a chi osserva da tempo la traiettoria di Bruxelles: ogni comunicato ufficiale che parla di “sostegno”, “solidarietà” e “valori europei” si conclude, quasi immancabilmente, con l’elenco dettagliato di armi, contratti di fornitura e deroghe alle regole standard per far arrivare più in fretta equipaggiamenti militari.
Il pacchetto odierno, finanziato attraverso il maxi-prestito da 90 miliardi destinato all’Ucraina, prevede addirittura cinque deroghe alle normali condizioni di eleggibilità: tre per superare i tetti di costo sui drone di produzione ucraina, due per equipaggiamenti statunitensi, tra cui proprio i missili PAC-3, acquistati anche attraverso il meccanismo PURL coordinato dalla NATO. Con questa approvazione, i 28,3 miliardi di euro destinati al sostegno militare dell’Ucraina per il 2026 risultano ora interamente allocati: ogni euro ha già un fornitore, una quantità e una scadenza. Una macchina burocratico-militare che funziona con precisione quasi industriale.
E la logica dell’armamento non si ferma qui. Sempre a Bruxelles, la Commissione ha ospitato oggi anche il primo incontro della cosiddetta “EU-Ukraine Drone Alliance”, un’iniziativa che riunisce 18 aziende fondatrici tra produttori, start-up e società europee e ucraine, con l’obiettivo dichiarato di accelerare lo sviluppo di nuovi sistemi di drone e contro-drone.
Nell’occasione, il commissario alla Difesa e allo Spazio, Andrius Kubilius, non ha usato mezzi termini, parlando della necessità di “cicli di progettazione in settimane, non mesi” per tenere il passo con la minaccia. Parole che, più che a un’alleanza per la pace, confermano il lessico di una corsa agli armamenti dichiarata apertamente.
Dal 2022, l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno fornito complessivamente 220,2 miliardi di euro di sostegno all’Ucraina. Cifre imponenti, che sollevano una domanda tutt’altro che retorica: quanto di questa somma è stata monitorata, anche alla luce dei quasi quotidiani scandali che stanno interessando il Governo di Voolodymyr Zelenskyy e il Parlamento ucraino?
L’Unione che si presenta al mondo come progetto di pace, nato dalle ceneri di due guerre mondiali per non ripeterne gli errori, finisce così per assomigliare sempre di più a un hub logistico per l’industria militare occidentale: fornitori selezionati, contratti approvati, deroghe concesse, tempistiche di consegna definite. Un’Unione dei valori che, nei fatti, si misura sempre più in miliardi di missili.
foto Nato.int
