Europa

L’UE verso la “Defence Readiness 2030”, PE: “ll numero di carri armati in Europa è crollato dell’80%”.

Il Parlamento europeo ha messo nero su bianco la sua visione sulla difesa comune con il rapporto “European Defence Readiness 2030: assessment of needs”, elaborato dalla Commissione Sicurezza e Difesa e redatto dal relatore Christophe Gomart. Il documento analizza lo stato della preparazione militare dell’Unione, individua i principali gap di capacità e propone una serie di misure per rafforzare l’industria europea della difesa e la sua capacità di attirare capitali privati.

Spesa militare in crescita, ma ancora insufficiente.

Secondo i dati dell’Agenzia europea per la difesa (EDA) richiamati nel rapporto, la spesa militare complessiva degli Stati membri ha raggiunto nel 2024 i 343 miliardi di euro, pari all’1,9% del PIL, con un aumento del 19% rispetto al 2023. Nel 2025 potrebbe superare la soglia del 2% fissata da NATO come riferimento.

Per il Parlamento, tuttavia, questi livelli restano insufficienti per colmare i deficit di capacità e garantire un’adeguata prontezza operativa, soprattutto in un quadro di minacce crescenti e di forte deterioramento del contesto di sicurezza alle frontiere esterne dell’UE.

La Commissione, nel “White Paper for European Defence – Readiness 2030” e nel piano di finanziamento “ReArm Europe”, ha stimato in 800 miliardi di euro il fabbisogno aggiuntivo da qui al 2030 per rinnovare e modernizzare gli arsenali europei, con un target di spesa pari a circa il 3,15% del PIL combinato dell’Unione entro fine decennio.

ReArm Europe, SAFE e il nodo del coordinamento.

Il rapporto accoglie con favore il piano ReArm Europe e i nuovi strumenti come SAFE (Security Action for Europe), che prevede, tra l’altro, prestiti agevolati per gli Stati membri. Allo stesso tempo, però, il Parlamento critica la scelta della Commissione di basarsi sull’articolo 122 del Trattato (che esclude il coinvolgimento diretto dell’Eurocamera), denunciando un deficit di controllo democratico sull’uso dei fondi.

Gli eurodeputati avvertono anche che aumentare i bilanci nazionali della difesa senza affrontare problemi strutturali – duplicazioni, strategie non allineate, concorrenza interna sugli appalti – rischia di essere controproducente, perché fa lievitare i costi e indebolisce l’integrazione delle forze armate europee.

Per questo il rapporto insiste su alcuni obiettivi quantitativi entro il 2030: almeno il 40% delle attrezzature di difesa acquistate con procedure congiunte; almeno il 35% degli scambi nel settore difesa sotto forma di commercio intra-UE; almeno il 50% degli approvvigionamenti di difesa da fornitori europei (60% entro il 2035).

Una base industriale cruciale ma frammentata.

L’European Defence Technological and Industrial Base (EDTIB) conta centinaia di migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti e un fatturato intorno ai 160 miliardi di euro, ma resta secondo il Parlamento “altamente frammentata”, dominata da pochi grandi committenti, catene di subfornitura fragili e filiere pan-europee ancora insufficientemente sviluppate.

Il rapporto segnala in particolare il ruolo strategico delle PMI: portano innovazione e flessibilità, ma sono anche quelle che più faticano ad accedere a credito ed equity. Una ricerca della Commissione del 2024 ha evidenziato tre ostacoli principali: procedure d’appalto lente e pagamenti dilazionati, che compromettono i flussi di cassa; esclusione del settore difesa da parte di alcuni investitori per ragioni di immagine e interpretazioni troppo rigide dei criteri ESG; mercati dei capitali europei poco profondi per il settore, con scarse opportunità di “uscita” per gli investitori.

Le necessità di finanziamento aggiuntivo per l’industria della difesa europea tra il 2025 e il 2030 sono stimate tra i 30 e i 40 miliardi di euro, di cui fino a 18 miliardi sotto forma di capitale di rischio.

Il ruolo della BEI e la proposta di estenderne il mandato.

La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha già aumentato il proprio impegno in materia di sicurezza e difesa, mobilitando miliardi di euro negli ultimi anni e aprendo a progetti dual use. Tuttavia, il rapporto osserva che la politica attuale esclude ancora la possibilità di finanziare direttamente “armi e munizioni”, e giudica lo sforzo finora “insufficiente” rispetto alle esigenze di prontezza militare.

Il Parlamento invita quindi gli Stati membri, in quanto azionisti della BEI, ad adattarne il mandato per includere in modo esplicito il sostegno all’industria europea della difesa; rivedere le linee guida sugli investimenti per permettere il finanziamento di progetti legittimi nel settore degli armamenti, nel rispetto del diritto internazionale e degli interessi di sicurezza dell’UE; valutare la creazione di una struttura specializzata (una sorta di “braccio difesa” della BEI) sostenuta da garanzie della Commissione.

Tutto ciò, sottolinea il testo, deve comunque avvenire preservando la solidità finanziaria e il rating AAA dell’istituto.

Dalla finanza sostenibile al “Finance Europe label”.

Una parte significativa del rapporto è dedicata a rimuovere le disincentivazioni alla finanza privata nel settore difesa, spesso legate a dubbi interpretativi sul quadro europeo della finanza sostenibile.

Il Parlamento accoglie con favore la nuova definizione di “armi proibite”, limitata a quelle vietate da convenzioni internazionali vincolanti, e invita gli investitori a non estendere arbitrariamente le esclusioni oltre questo perimetro; ricorda che la tassonomia verde dell’UE non vieta né scoraggia gli investimenti nella difesa e chiede alla Commissione di ribadirlo in modo esplicito; sottolinea che sicurezza e difesa sono prerequisiti dello sviluppo sostenibile.

Tra gli strumenti citati figura anche il nuovo marchio “Finance Europe”, lanciato da alcuni Stati membri per canalizzare il risparmio privato verso investimenti nell’economia reale europea, inclusa l’industria della difesa. Il rapporto incoraggia la Commissione a trasformarlo in un vero e proprio marchio europeo, nell’ambito della futura “unione del risparmio e degli investimenti” (Savings and Investments Union).

Pagamenti, credito e capitale per PMI e start-up.

Sul fronte operativo, il Parlamento propone una serie di misure concrete: uno studio dell’Osservatorio europeo dei pagamenti sui ritardi nella filiera difesa, con una classifica delle aziende più virtuose; 4 miliardi di euro di prestiti a breve termine da parte della BEI con garanzie fino al 50%, estesi anche ai subfornitori indiretti; semplificazione dell’accesso agli strumenti UE per le PMI della difesa, con procedure meno onerose, obiettivi chiari e quote minime di partecipazione nei grandi programmi; rafforzamento di fondi di equity dedicati, come la Defence Equity Facility, con un incremento del budget a 1 miliardo di euro e un’estensione anche all’industria ucraina della difesa.

Un mercato dei capitali più integrato e protetto.

Il rapporto lega strettamente la capacità di finanziare la difesa al completamento dell’Unione dei mercati dei capitali e alla nuova unione del risparmio e degli investimenti: più mercati profondi e integrati significano, per gli eurodeputati, maggiori possibilità di accesso a venture capital, private equity e strumenti di debito per le aziende del settore.

Al tempo stesso si chiede un impulso deciso all’uso dei beni russi congelati per sostenere la difesa ucraina, nel rispetto dei vincoli di stabilità finanziaria e dei rischi legali.

Dal quadro tecnico alla scelta politica.

Nella sua dichiarazione esplicativa, il relatore Gomart ricorda che l’Europa paga oggi trent’anni di sottoinvestimenti: dal 1992 al 2021 il numero di carri armati in Europa è crollato dell’80%, e il “ritardo accumulato” richiede interventi straordinari.

Il rapporto, che si basa anche su decine di audizioni con attori istituzionali e privati del settore, si pone quindi un duplice obiettivo: dare al Parlamento una posizione chiara sul piano ReArm Europe e, al tempo stesso, avanzare un pacchetto di proposte aggiuntive per rendere davvero possibile – finanziariamente e industrialmente – la “Defence Readiness 2030”.

La palla passa ora al Consiglio e alla Commissione, chiamati a tradurre queste raccomandazioni politiche in scelte concrete di bilancio, regolazione e programmazione industriale.

foto Army Sgt. 1st Class Theresa Gualdarama, National Guard