L’UE trasferisce altri 1,4 miliardi all’Ucraina dagli asset russi congelati. Ma a che prezzo?
L’Unione europea ha incassato e trasferito all’Ucraina altri 1,4 miliardi di euro, proventi degli interessi maturati sulle riserve della Banca Centrale russa congelate in applicazione delle sanzioni. È la quarta operazione di questo tipo, la terza risaliva all’agosto 2025, e copre i proventi accumulati nel secondo semestre dello scorso anno.
“Questi 1,4 miliardi saranno diretti dove sono più necessari: a sostenere lo Stato ucraino, preservare i servizi pubblici essenziali e sostenere le coraggiose Forze Armate ucraine”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con il tono trionfale ormai consolidato nei suoi comunicati sulla guerra.
La macchina dei soldi.
Il meccanismo è tecnicamente articolato: il 95 per cento dei proventi viene canalizzato attraverso il cosiddetto Ukraine Loan Cooperation Mechanism, che serve in parte a finanziare il rimborso dei prestiti concessi all’Ucraina dall’UE e dai Paesi del G7. Il restante 5 per cento va allo European Peace Facility, denominazione che, nel contesto attuale, suona sempre più come un eufemismo, per sostenere le esigenze militari e di difesa di Kiev. Il sostegno complessivo nell’ambito del meccanismo ammonta a 45 miliardi di euro.
Un modello di supporto sempre più discusso.
Quello che Bruxelles presenta come solidarietà incondizionata è, a uno sguardo più critico, un modello che solleva interrogativi profondi sul futuro dell’Ucraina e sull’autonomia delle scelte europee.
Tre anni di guerra hanno prodotto un bilancio pesantissimo: milioni di morti e feriti tra soldati ucraini e russi, oltre 4 milioni di cittadini ucraini rifugiati nell’UE sotto protezione temporanea internazionale, infrastrutture civili devastate, industria e agricoltura in ginocchio. Sul piano finanziario, l’Ucraina sta accumulando un debito di guerra che peserà per decenni sulle generazioni future: i prestiti europei e occidentali non sono regali, e dovranno essere ripagati da un Paese che, quando la guerra finirà, si troverà a ricostruire tutto, con i propri creditori già seduti al tavolo a fregarsi le mani per la nuova greppia ucraina.
Senza contare che in questi anni di guerra chi ha acquistato importanti asset strategici ucraini sono stati gli americani… tu chiamali se vuoi dmeocratici!
La diplomazia che non c’è stata (e che continua a non esserci).
Il dibattito che l’Europa ha sistematicamente evitato riguarda ciò che sarebbe potuto accadere se, nei primi mesi del conflitto, si fosse scelto il tavolo negoziale invece dell’escalation militare. Non è una posizione filo-russa: è una domanda legittima (raramente proposta dai foraggiati think tank europei o media mainstream). I negoziati di Istanbul del marzo 2022 si interruppero in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite. Da quel momento, la strada della diplomazia è stata sostanzialmente abbandonata in favore della fornitura di armi sempre più sofisticate al governo di Kiev.
In questo quadro, la posizione del premier ungherese Viktor Orbán, che ha sistematicamente bloccato o condizionato le decisioni UE sull’Ucraina, è stata trattata da Bruxelles come un fastidio politico da neutralizzare piuttosto che come un segnale da considerare. Che lo si condivida o meno, è rimasta l’unica voce apertamente dissenziente all’interno del Consiglio europeo, nonché l’unica voce trasparente dentro una congrega di opachi rappresentanti delle istituzioni Ue.
L’Europa in guerra senza dirlo.
Quello che emerge, miliardo dopo miliardo, è il profilo di un’Unione europea che ha scelto di essere parte attiva in un conflitto armato senza mai sottoporlo a un vero dibattito democratico tra i propri cittadini. I fondi vengono presentati come sostegno, le armi come difesa, i prestiti come solidarietà. Ma la sostanza è che l’Europa sta finanziando una guerra, con denaro proprio, con asset altrui congelati, e con un debito che prima o poi qualcuno dovrà saldare. Non di certo Ursula von der Leyen.
foto Fred Marvaux Copyright© European Union 2021 – Source : EP
