L’UE tra sanzioni mancate, guerra ibrida e tensioni globali.
Il Consiglio Affari Esteri si è chiuso con un messaggio chiaro: il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia non si farà. L’Unione, dunque, perde anche questa occasione per mostrare i propri muscoli. Una espressione politica che esce dall’ultimo incontro dei ministri Ue, sempre più stretta tra la pressione della guerra in Ucraina, la mancanza di unità e un crescente deterioramento della propria credibilità internazionale.
A ricordarlo – anche se superfluo – è l’ultimo intervento dell’Alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas condiviso nel corso dell’ultimo Consiglio degli Affari Esteri dell’Ue. Esponente dell’Esecutivo europeo incapace, anche in questa occasione, di mettere da parte i caratteristici toni bellici, evidenziando una Europa chiamata a rafforzare insieme “scudo e spada”.
Il primo dossier affrontato dalla Kallas sono state le interferenze straniere (come se l’Ue con i suoi programmi democratici non esercitasse una forma altrettanto aggressiva e livellante di soft power nei Paesi extra Ue) e la manipolazione dell’informazione che, vale la pena ricordarlo, vede l’Unione raggiungere quotidianamente milestones sempre più ineguagliabili.
“Le guerre moderne – dice la Kallas – non si combattono solo con carri armati e droni ma anche con campagne digitali e disinformazione sistematica. La Russia investirà miliardi nelle operazioni di influenza nel solo 2026, mentre la Cina sta rendendo le proprie strategie sempre più sofisticate. Per Bruxelles è necessario passare dalla semplice reazione alla controffensiva, rafforzando sanzioni e cooperazione con le autorità giudiziarie e migliorando la comunicazione dei valori europei”. Insomma, armi, armi e ancora armi. Kallas, a questo punto a cosa servono gli apparati diplomatici dei 27 e il ruolo dell’Alto rappresentante?
Il nodo centrale resta sempre l’Ucraina. Alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione russa, Kallas ha parlato di una ricorrenza “brutale e insensata”, ripentendo il solito disco rotto: “L’esercito è impantanato e l’economia russa è sotto pressione”.
Nonostante le dichiarazioni della Kallas – sempre meno originali peraltro -, i ministri dell’Ue non sono riusciti ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Dunque Kaja, il problema non è solo la Russia… ma l’unità di una Europa che non c’è e non c’è mai stata.
Il blocco, attribuito a Budapest (qualcuno dovrà pur fare il capro espiatorio in assenza di strategia e diplomazia), pesa anche sul pacchetto da 90 miliardi di euro concordato ufficialmente a dicembre per sostenere finanziariamente Kiev, ufficiosamente, invece, adottato per via del fallito tentativo di sottrarre – in mancanza del minimo requisito di diritto -, i beni russi congelati in Ue.
Quanto alle tensioni legate al gasdotto Druzhba, ovvero il caso che ha fatto salire la tensione a Budapest, la responsabilità, secondo Bruxelles, è chiara: “I bombardamenti russi hanno devastato gran parte delle infrastrutture energetiche ucraine, rendendo secondarie le forniture di petrolio rispetto ai bisogni della popolazione civile”.
Sul fronte diplomatico, Kallas ha confermato di aver condiviso con gli Stati membri un documento sulle condizioni che Mosca dovrebbe soddisfare per una pace giusta e duratura, a partire dal rispetto degli obblighi già assunti in passato e dal ritiro delle truppe dai territori occupati, inclusi quelli in Moldova e Georgia. L’idea è ribaltare la narrativa che concentra la pressione su Kiev, chiarendo invece quali passi concreti si attendono dalla Russia. L’Alto rappresentante, probabilmente, deve essersi perso alcune puntate negli ultimi mesi, a partire dall’incontro di Anchorage e dai negoziati trilaterali di Abu Dhabi e di Ginevra. Troppa russofobia può causare sbavature istituzionali.
Il Consiglio ha poi affrontato la crisi in Medio Oriente. Per Gaza, Bruxelles lega ogni prospettiva di stabilizzazione al disarmo di Hamas e al successivo (pur sempre sequenziale) ritiro delle forze israeliane. Dopo i colloqui con Nikolay Mladenov e con Alexander De Croo, l’UE ha ribadito la disponibilità a intensificare gli aiuti umanitari e a rafforzare la missione EUBAM al valico di Rafah, pur riconoscendo che i punti di accesso restano insufficienti. Nessun accenno, invece, alla dovuta sospensione di ogni accordo di natura politica ed economica con Tel Aviv. D’altronde perchè la pressione va esercitata solo sulla sanguinaria Russia? Andiamo Kallas. Un minimo di equilibrio!
Cresce infine la preoccupazione per il confronto tra Stati Uniti e Iran: un altro terreno di scontro dove l’Ue è come sempre marginale. La finestra diplomatica è stata definita “molto stretta” dalla Kallas. Che dire. Nulla da aggiungere! L’UE, sostiene ancora la narrazione Ue, “mantiene un regime sanzionatorio severo nei confronti di Teheran, inclusa la designazione dei Guardiani della Rivoluzione come organizzazione terroristica”. Acqua fresca verrebbe da dire.
Tra i dossier discussi figura anche il Venezuela. Kallas, intervendo in materia, ha annunciato l’intenzione dell’Ue di proporre la revoca delle sanzioni contro Delcy Rodríguez, alla luce di alcuni segnali considerati positivi, come la liberazione di prigionieri politici europei.
foto Philippe Buissin Copyright: © European Union 2025 – Source : EP
