13 Aprile 2026
Europa

L’UE e la Tunisia: i soldi dei contribuenti europei ai regimi che calpestano i diritti umani

Mentre i cittadini europei stringono la cinghia, l’Unione Europea continua a versare fondi pubblici in Paesi terzi dove lo Stato di diritto è poco più che una formula retorica. L’ultimo caso in ordine di tempo è la Tunisia, al centro di una risposta parlamentare a dir poco imbarazzante dell’Alto Rappresentante Kallas alla Commissione europea.

La dichiarazione ufficiale ammette senza mezzi termini ciò che le organizzazioni per i diritti civili denunciano da anni: dal 2021, Bruxelles osserva “con preoccupazione il deterioramento della situazione dei diritti umani” in Tunisia, inclusa la “contrazione dello spazio civico”, la “repressione degli attori della società civile e “l’intensificazione delle violenze contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. Eppure i rubinetti dei finanziamenti europei non sono mai stati chiusi, ricordando che la Commissione europea è poco coraggiosa per usare un eufemismo.

Il solito schema: prima i soldi, poi (forse) il rispetto dei diritti.

Il meccanismo è ormai collaudato. L’UE stringe accordi di partenariato, nel caso tunisino, inquadrati nell’Accordo di Associazione, con governi autoritari o semi-autoritari, trasferisce ingenti risorse dei contribuenti europei, e poi si limita a “richiamare l’importanza” del rispetto dei diritti umani in riunioni di sottocomitati tematici. L’ultima occasione utile risale al settembre 2025, nell’ambito del Comitato di Associazione UE-Tunisia. Risultato? La situazione, secondo le stesse parole della Commissione, continua a peggiorare.

In Tunisia la libertà di stampa è oggi un concetto largamente ipotetico. Giornalisti, blogger e attivisti finiscono regolarmente in carcere. Il presidente Kais Saied ha smantellato le istituzioni democratiche del Paese nordafricano con una progressione che non ha lasciato spazio a equivoci. Ma Bruxelles, complici le priorità in materia di controllo dei flussi migratori, ha scelto la strada della realpolitik, sacrificando i principi sull’altare degli accordi sui rimpatri.

Un copione già visto: dal Senegal ad altri partner africani discutibili.

La Tunisia non è un caso isolato. Il Senegal, anch’esso destinatario di cospicui fondi europei, ha recentemente inasprito le pene per gli omosessuali e gli attivisti LGBTIQI+. Lo schema si ripete con inquietante regolarità: l’UE esternalizza le proprie frontiere, paga i governi locali perché blocchino i migranti, e scarica sui contribuenti europei il conto di politiche che finanziano, di fatto, apparati repressivi.

Nel 2025, ancora, la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto che ha acceso i riflettori sui rischi legati ai diritti umani nei programmi di migrazione finanziati dall’UE. La risposta della Commissione? Promettere un “rafforzamento della gestione del rischio” e un “migliore monitoraggio dei fondi europei nei Paesi extra-Ue”. I risultati, però, non si vedono.

L’UE si dice, infine, “fermamente impegnata in una politica migratoria radicata nei principi dei diritti umani”. Ma tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà sul terreno, il divario è sempre più difficile da ignorare e sempre più costoso, in tutti i sensi, per chi quel conto lo paga davvero.

foto Producer : CE – Service audiovisuel Photographer : John Thys Christophe Licoppe Dati Bendo Copyright European Union , 2023