L’UE e il gas azerbaigiano: sicurezza energetica o nuova dipendenza?
La sicurezza energetica dell’Unione Europea passa anche per Baku. È quanto emerge dalla risposta che la Commissione europea ha fornito all’interrogazione scritta presentata dall’eurodeputato del PPE Loucas Fourlas, che chiedeva conto dei rischi geopolitici, energetici e strategici legati all’approfondimento della cooperazione tra l’UE e l’Azerbaigian.
I numeri della partnership.
Tra il 2021 e il 2024, le forniture di gas azerbaigiano verso l’Europa attraverso il Corridoio Meridionale del Gas sono aumentate di oltre il 40%. Un incremento significativo, figlio della strategia REPowerEU avviata dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che ha spinto Bruxelles a cercare con urgenza fornitori alternativi a Mosca. Tuttavia, il gas di Baku rappresenta ancora solo il 3,9% del totale delle importazioni europee , circa 11,4 miliardi di metri cubi , una quota che, secondo la Commissione, limiterebbe l’impatto di un’eventuale interruzione delle forniture sulla sicurezza energetica complessiva del continente.
La risposta firmata dal commissario Jørgensen ricorda che l’UE ha nel frattempo allargato la propria rete di fornitori, stringendo accordi con Norvegia, Stati Uniti, Algeria e Qatar, proprio per ridurre la vulnerabilità legata alla dipendenza da una singola fonte.
La domanda che Bruxelles non si fa.
Eppure, dietro i freddi numeri e il linguaggio tecnocratico delle istituzioni europee, si agita una questione che la risposta della Commissione glissa con eleganza: con chi sta trattando, esattamente, l’Unione Europea?
L’Azerbaigian è governato da Ilham Aliyev, al potere ininterrottamente dal 2003, erede di una dinastia che controlla il Paese con metodi che le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani definiscono senza esitazione autoritari. Opposizione politica repressa, stampa imbavagliata, elezioni che non reggono al più elementare scrutinio democratico, prigionieri politici: il profilo di Baku è quello di un regime, non di un partner affidabile in senso liberaldemocratico.
Un’Unione Europea che si proclama custode dello stato di diritto, che ha costruito la propria identità politica attorno ai valori della democrazia e dei diritti fondamentali, e che ha imposto sanzioni alla Russia anche in nome di questi principi, non dovrebbe sedersi un solo giorno a trattare forniture energetiche con un dittatore come Aliyev senza almeno porsi pubblicamente il problema. Invece, nelle istituzioni europee prevale il pragmatismo del metro cubo: finché il gas scorre, le domande scomode possono attendere.
Le garanzie chieste al Parlamento.
L’interrogazione di Fourlas chiedeva alla Commissione di chiarire in che modo la strategia di diversificazione energetica eviti di generare nuove dipendenze, e quali piani alternativi esistano nel caso in cui sviluppi geopolitici compromettano la stabilità della cooperazione con Baku. La risposta di Jørgensen è quella di rito: accelerazione delle rinnovabili, efficienza energetica, elettrificazione della domanda, diversificazione del portafoglio dei fornitori. Tutto corretto sulla carta, tutto ancora lontano dall’essere realizzato nella pratica.
Il paradosso rimane intatto: l’Europa che dice di aver smesso di comprare gas da Putin in nome dei valori democratici, continua a rivolgersi ad Aliyev in nome della realpolitik energetica. Una contraddizione che nessun piano REPowerEU, per quanto ben congegnato, è in grado di risolvere finché Bruxelles non deciderà di affrontarla con la stessa franchezza con cui predica i propri valori al resto del mondo.
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