15 Settembre 2026
Europa

L’UE del dopo Orbán: divisioni sulle sanzioni contor la Russia

Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione europea tenteranno oggi un nuovo affondo per chiudere il primo pacchetto di sanzioni contro la Russia varato dopo l’uscita di scena di Viktor Orbán, dopo che diversi governi hanno già ottenuto di ridimensionare misure chiave a tutela dei propri interessi nei settori energetico, ittico, bancario e marittimo.

Per anni Orbán, il veterano leader populista ungherese che aveva coltivato stretti legami con il Cremlino e minacciato più volte di bloccare le sanzioni, aveva offerto una comoda copertura ad altre capitali intenzionate a resistere a misure più severe. Con Péter Magyar ora alla guida dell’Ungheria, i governi che in passato si nascondevano dietro il veto ungherese sono oggi costretti a difendere apertamente le proprie riserve.

“È stata una sorpresa, e una delusione, constatare quanti Stati membri abbiano frenato sulle proprie azioni”, ha dichiarato l’europarlamentare finlandese Ville Niinistö, presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Russia, secondo cui sarebbe fondamentale continuare a rafforzare le sanzioni proprio ora che Mosca comincia ad avvertire la pressione della guerra sulla propria economia interna e sull’opinione pubblica.

Il pacchetto, presentato a giugno dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è il 21° dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Dopo venti round precedenti, secondo i diplomatici l’Unione starebbe ormai esaurendo i bersagli più semplici, scontrandosi sempre più spesso con interessi nazionali di peso. Le sanzioni richiedono l’unanimità di tutti i 27 Paesi membri.

Il no greco sul gas naturale liquefatto.

La Grecia ha finora rifiutato di sostenere il 21° pacchetto a causa del divieto, previsto per le aziende europee, di trasportare gas naturale liquefatto russo verso Paesi terzi. Atene, che controlla la più grande flotta mercantile al mondo, teme le ripercussioni su una compagnia greca specializzata in petroliere rompighiaccio impiegate proprio nell’esportazione di GNL russo. Secondo due diplomatici coinvolti nei colloqui, l’ambasciatore greco avrebbe avvertito che la misura rischierebbe di spingere le navi a cambiare bandiera, spostandosi verso giurisdizioni dove le regole sarebbero ancora più difficili da far rispettare.

Insieme a Malta e Cipro, anche la Grecia aveva inizialmente esitato sulla proroga di sei mesi del congelamento del tetto al prezzo del petrolio russo, fissato a 44,10 dollari al barile. Gli Stati membri si sono presi altro tempo mantenendo il tetto congelato fino a giovedì, e la proroga dovrebbe ora essere approvata una volta trovata una soluzione al veto greco sul GNL.

Il caso Raiffeisen.

I negoziati sono stati inoltre complicati da un intervento austriaco a sostegno di Raiffeisen Bank, il secondo istituto di credito del Paese, che da tempo chiede un risarcimento per quella che definisce un’espropriazione illegale, pari a 2,44 miliardi di euro, dei propri asset in Russia, avvenuta attraverso il trasferimento di fondi congelati appartenenti a un noto oligarca vicino a Mosca. Vienna aveva già sollevato la questione durante le trattative sui pacchetti precedenti, ma secondo alcune fonti coinvolte nei colloqui sarebbe la prima volta che il caso ha contribuito a ritardi dell’ultimo minuto. La Commissione avrebbe inviato all’Austria una proposta con l’impegno a esaminare la questione in un successivo pacchetto sanzionatorio.

Altri governi sono riusciti a far cadere la proposta di eliminazione graduale delle importazioni di pesce russo, nonostante Mosca continui a incassare oltre mezzo miliardo di dollari l’anno dalle vendite verso l’Unione. La proposta iniziale avrebbe vietato le importazioni di merluzzo, eglefino e merluzzo carbonaro, ma è stata abbandonata dopo che diversi Paesi avevano espresso preoccupazione per l’impatto sui prezzi al consumo e sull’industria europea di lavorazione del pesce.

Le bozze iniziali del pacchetto prevedevano anche sanzioni contro il patriarca ortodosso russo Kirill e restrizioni nei confronti degli ex membri delle forze armate russe. La Bulgaria si è opposta all’inserimento di Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa e noto sostenitore della guerra voluta da Mosca, mentre l’Italia ha formalizzato una propria riserva, motivata secondo un diplomatico dall’opposizione del Vaticano a colpire il vertice di un’altra Chiesa. “È solidarietà tra Papi”, ha commentato la fonte. Alla fine Kirill è stato escluso dal testo definitivo.

Francia e Italia, entrambe tra i principali Paesi europei per numero di visti concessi a cittadini russi, si sono opposte anche alle restrizioni nei confronti degli ex militari russi, sostenendo che il sistema per individuare i soggetti da includere non fosse ancora pronto per l’attuazione: anche in questo caso, la misura è stata sensibilmente ammorbidita.

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