Europa

L’Ucraina tra scandali e patriottismo di facciata: il “fronte” come ultimo rifugio del potere ucraino.

In un’Ucraina travolta dall’ennesimo scandalo di corruzione, l’ex capo dell’Ufficio del presidente Volodymyr Zelenskyy, Andrey Yermak, ha scelto la via più semplice e più spettacolare per sottrarsi all’imbarazzo: evocare il fronte di guerra. Una mossa che ormai sembra diventata il riflesso condizionato della classe dirigente di Kiev ogni volta che l’opinione pubblica rischia di scorgere il marciume sotto la patina patriottica.

A poche ore dalla sua uscita di scena, Yermak ha dichiarato al New York Post di essere “pronto ad andare al fronte”, affermando di non voler creare problemi al presidente e dipingendosi come “una persona onesta e perbene”. Nessuna indicazione, tuttavia, su quando questa improvvisa vocazione militare dovrebbe concretizzarsi. Una retorica patriottica d’urgenza che suona più come un diversivo che come un gesto di sincero sacrificio.

La realtà, però, è meno eroica della narrazione. L’ex potente consigliere si dimette mentre il Paese è scosso dall’Operazione Midas, l’inchiesta del National Anti-Corruption Bureau e della Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office che ha scoperchiato un vasto schema corruttivo nel settore energetico, con un riciclaggio stimato attorno ai 100 milioni di dollari. Chissà perché Zelenskyy aveva tentato di liquidare le due agenzie anticorruzione lo scorso mese di luglio

Perquisizioni a tappeto, come noto, hanno toccato l’azienda Energoatom, l’imprenditore Timur Mindich e l’allora ministro dell’Energia German Galushchenko. Le registrazioni diffuse da NABU, ancora, hanno mostrato discussioni che lasciano poco spazio alla fantasia, mentre il nome di Yermak sarebbe apparso nei dossier sotto lo pseudonimo “Ali Baba”.

Il caso ha fatto vacillare il già fragile equilibrio politico di Kiev: Parlamento sospeso, deputati – persino della maggioranza filopresidenziale – pronti a chiedere la testa di Yermak, e un’ondata di perquisizioni che il diretto interessato ha confermato essere in corso proprio poche ore prima della sua lettera di dimissioni.

Se sul versante interno la risposta dei vertici appare la solita commistione di eroismo proclamato e opacità, non meno ambigua resta la posizione di Bruxelles. Dall’inizio dell’invasione russa, nel febbraio 2022, l’Unione Europea, se mai ci fosse il bisogno di rimarcarlo, ha continuato a sostenere in modo acritico – e spesso politicamente miope – un governo che, dietro la retorica della resistenza, accumula dossier imbarazzanti di corruzione. La strategia europea ha finito così per vincolare il destino del popolo ucraino a una guerra devastante, esponendolo non solo alle bombe russe, ma anche a una perdita drammatica di sovranità energetica, alimentare e finanziaria.

In questo quadro, l’annuncio di Yermak di “andare al fronte” non è che l’ennesimo tentativo di coprire un fallimento politico con il manto della retorica bellica. Un copione logoro – qualcuno lo spieghi al “presidente in tutina mimetica -, che però trova ancora sponda in una diplomazia europea troppo impegnata a non smentire le sue scelte per permettersi un serio esame di realtà.

foto https://www.president.gov.ua/en/news/peregovori-pro-vstup-do-yes-posilennya-ppo-ta-sankcij-rezult-94753