13 Maggio 2026
Sardegna

Long Covid, l’erosione silenziosa degli infermieri

È una ferita che non si vede, ma che continua a sanguinare. A sei anni dall’inizio della pandemia, il Long Covid torna al centro del dibattito sanitario, non come eco di un’emergenza ormai superata, ma come problema acuto e irrisolto che sta erodendo silenziosamente la colonna vertebrale del Servizio Sanitario Nazionale: il personale infermieristico.

A denunciarlo con forza è Nursing Up, il sindacato degli infermieri, che in un’analisi pubblicata oggi intreccia i dati economici dell’OCSE dell’aprile 2026 con le più recenti scoperte della medicina internazionale. Il risultato è un quadro che il sindacato non esita a definire l’emergenza post-pandemica più sottovalutata degli ultimi decenni.

I numeri di un primato amaro.

I dati di partenza sono inequivocabili. Studi pubblicati su Scientific Reports (Nature Portfolio) e BMJ Global Health certificano che, a livello globale, gli infermieri hanno rappresentato oltre il 40,5% di tutte le infezioni registrate nel settore sanitario durante la pandemia. In Italia, questa percentuale si è tradotta in oltre 320.000 contagi ufficiali e in più di novanta morti tra i professionisti in corsia.

“Non siamo stati solo in prima linea”, dichiara Antonio De Palma, presidente di Nursing Up. “Siamo stati il bersaglio principale. La nostra esposizione prolungata ai carichi virali più elevati non ha causato solo malattie acute: ha innescato processi infiammatori cronici che oggi presentano il conto”.

Non è burnout: è biologia.

Il punto scientificamente più rilevante dell’analisi riguarda la natura stessa della sindrome. Nursing Up insiste su un elemento che ritiene spesso frainteso o sottovalutato: il Long Covid non è esaurimento psicologico. È danno organico misurabile.

Ricerche condotte dal Karolinska Institutet e studi apparsi su Nature Immunology hanno isolato specifici biomarcatori nel sangue dei professionisti colpiti, tra cui le proteine CCL3, CD40 e IL-18, che attestano lesioni tissutali concrete. Dietro sintomi come la cosiddetta “nebbia cognitiva”, la fatica cronica e la difficoltà respiratoria si nascondono tre meccanismi distinti: un danno endoteliale che compromette l’ossigenazione dei tessuti; la persistenza di frammenti di RNA virale che mantengono il sistema immunitario in uno stato di attivazione permanente; e un processo di apoptosi cellulare accelerata nei tessuti polmonari, con effetti diretti sulla capacità respiratoria di chi trascorre turni estenuanti in reparto.

Una zavorra da 135 miliardi l’anno.

Le conseguenze non si fermano alle corsie degli ospedali. Secondo i dati OCSE citati nell’analisi, il Long Covid costa ai Paesi membri fino a 135 miliardi di dollari l’anno, con una contrazione del PIL stimata allo 0,2%. Un impatto che, nel caso italiano, si somma a una carenza strutturale di personale già drammatica.

“In Italia mancano tra i 175.000 e i 200.000 infermieri”, ricorda De Palma. “Se a questo deficit sottraiamo le migliaia di colleghi che oggi lottano con danni organici permanenti, il collasso dell’assistenza smette di essere un’ipotesi astratta”.