13 Maggio 2026
Europa

Lo Stretto di Hormuz paralizza il commercio mondiale: 1.200 miliardi di dollari a rischio

Meno di 40 chilometri di larghezza, incastrato tra la penisola arabica e l’Iran. Fino a poche settimane fa, lo Stretto di Hormuz era pressoché sconosciuto ai più. Oggi è diventato il punto nevralgico dell’economia mondiale, e la sua paralisi sta facendo tremare l’intera catena logistica globale.

Prima della crisi, da quello snodo transitavano in media 129 navi al giorno, trasportando circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del gas naturale liquefatto globale. Oggi, nei rari momenti in cui il passaggio è consentito, la media non supera due o tre unità. Un collasso senza precedenti.

Dal 28 febbraio 2026, a seguito delle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele sull’Iran e dell’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, lo Stretto è di fatto chiuso alla quasi totalità del traffico commerciale. La situazione è quella di un doppio blocco: l’Iran controlla gli accessi al Golfo imponendo pedaggi e rotte obbligate, mentre gli USA, dal 13 aprile, bloccano i porti iraniani con la propria marina militare. Un cessate il fuoco siglato l’8 aprile aveva aperto una breve finestra il 17 aprile, subito richiusa dall’IRGC nel giro di poche ore. Al 29 aprile i negoziati restano in stallo.

Le conseguenze sui mercati energetici sono devastanti: la capacità estrattiva accessibile via mare è crollata del 20% rispetto ai livelli pre-guerra, il Brent ha toccato un picco di 119 dollari al barile a metà marzo, per poi stabilizzarsi intorno a 106-108 dollari , un rialzo di circa il 50% rispetto a prima del conflitto. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, si tratta del più grande shock energetico della storia, peggiore di qualsiasi crisi precedente, inclusa quella degli anni Settanta.

Intrappolate nel Golfo Persico restano circa 2.000 navi con oltre 20.000 marittimi a bordo.

Non solo petrolio: la crisi si allarga a farmaci, chip e cibo.

Sarebbe un errore ridurre tutto all’energia. Lo Stretto bloccato ha fermato anche farmaceutici, semiconduttori, fertilizzanti e alluminio. Il Qatar , che da solo produce il 98% delle esportazioni mondiali di gas speciali necessari alla produzione di chip (neon, elio, argo, kripton e xeno) , ha sospeso gli obblighi contrattuali su tutte le forniture, anche verso l’Italia. Il prezzo dell’urea, fertilizzante fondamentale per l’agricoltura mondiale, è balzato da 475 a 858 dollari per tonnellata (+49% su base annua) nel giro di poche settimane.

Secondo uno studio del Supply Chain Intelligence Institute Austria e della Complexity Science Hub di Vienna, una chiusura prolungata dello Stretto mette a rischio 1.200 miliardi di dollari di commercio globale annuale. La Federal Reserve di Dallas stima che ogni trimestre di blocco abbatta la crescita del PIL mondiale di quasi 3 punti percentuali su base annualizzata.

Il Covid aveva già lanciato l’allarme.

“Avremmo dovuto essere pronti”, scrive Federico Pozzi Chiesa, AD di Italmondo e fondatore di Supernova Hub, in un’analisi che non risparmia autocritiche al sistema. Il Covid aveva già dimostrato la fragilità strutturale del modello just-in-time , quella logica per cui la merce arriva esattamente quando serve, senza scorte, senza capitale immobilizzato , che regge finché tutto funziona, ma crolla non appena si rompe un solo anello della catena. Nel 2021 i container si erano ammassati nei porti sbagliati, i noli erano esplosi, i semiconduttori erano spariti. “Avremmo dovuto costruire resilienza, diversificare le rotte, riportare a casa parte della produzione strategica. In parte lo abbiamo fatto, ma evidentemente non abbastanza”.

L’altra crisi: lo shutdown americano.

Come se non bastasse, sul sistema logistico globale pesa anche una crisi tutta interna agli Stati Uniti. Dal 14 febbraio 2026, il parziale shutdown del governo federale ha bloccato i finanziamenti al Department of Homeland Security, che sovrintende alla TSA, la sicurezza aeroportuale. Oltre 780 agenti TSA si sono già dimessi. Ai confini con Messico e Canada, le autorizzazioni FDA e USDA accumulano ritardi tra le 24 e le 72 ore per singola spedizione. Oxford Economics avverte che “un prolungato shutdown potrebbe causare accumuli critici nelle supply chain”.

Due crisi che si sommano su un sistema già sotto pressione: il blocco di Hormuz ha fatto impennare il costo del carburante per aerei, spingendo le compagnie a ridurre le rotte meno redditizie e ad alzare le tariffe.

I piani B: utili, ma non risolutivi.

Le rotte si stanno riconfigurando. L’alternativa principale è la circumnavigazione dell’Africa, che allunga i tempi di consegna di settimane ma garantisce almeno una certa certezza , sebbene gli Houthi yemeniti abbiano ripreso gli attacchi alle navi nel Mar Rosso dal 28 febbraio, complicando anche questa opzione. Dove possibile si torna al trasporto via terra o via ferrovia. L’Arabia Saudita sta aumentando le esportazioni attraverso il porto di Yanbu, bypassando Hormuz grazie al sistema di pipeline East-West. Soluzioni parziali, che contengono l’emergenza senza risolverla.