7 Settembre 2026
Europa

Lo Stretto di Hormuz divide l’Occidente: l’Europa dice no all’operazione militare, Washington insiste

L’Europa chiude la porta alle pressioni di Washington. I ministri degli Esteri dell’Unione Europea, riuniti a Bruxelles, hanno respinto in modo compatto la richiesta americana di dispiegare forze navali nello Stretto di Hormuz, ribadendo che il Vecchio Continente non ha alcuna intenzione di essere trascinato nel conflitto in escalation con l’Iran.

Kallas: “Non è la nostra guerra”.

A sintetizzare la posizione dell’UE è stata la responsabile della politica estera europea Kaja Kallas, che al termine del vertice non ha lasciato margini di ambiguità: “Nessuno vuole impegnarsi attivamente in azioni militari contro l’Iran”. L’Europa, ha sottolineato, “non ha alcun interesse in una guerra senza fine”. La priorità del blocco rimane il rafforzamento della sicurezza marittima e l’intensificazione degli sforzi diplomatici, mentre l’ipotesi di estendere missioni come l’Operazione Aspides, attualmente operativa nel Mar Rosso, fino allo Stretto di Hormuz trova scarso sostegno tra gli Stati membri.

Il coro dei “no”.

La linea di Bruxelles trova conferma nelle capitali europee. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha precisato che le missioni navali dell’UE, concepite per scortare mercantili e contrastare la pirateria, “non sono progettate per operare nello Stretto di Hormuz”, aggiungendo di non ritenere possibile un loro allargamento a quell’area, pur ribadendo la disponibilità italiana a rafforzare le missioni esistenti.

Ancora più netto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha escluso categoricamente l’invio di forze nel Golfo: “Non lo faremo”, ha dichiarato, chiedendo una rapida soluzione politica alla crisi. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha aggiunto che qualsiasi dispiegamento al di fuori dell’area NATO richiederebbe un’autorizzazione legale e il consenso del Parlamento, sottolineando: “Non è la nostra guerra e non l’abbiamo iniziata noi”.

Il premier britannico Keir Starmer ha respinto a sua volta le pressioni di Washington, affermando che la Gran Bretagna “non si farà trascinare in una guerra più ampia” e che qualsiasi dispiegamento dovrà avere un mandato legale chiaro. Polonia e Belgio si sono allineate sulla stessa posizione, ribadendo il primato della diplomazia. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha colto l’occasione per criticare Trump, accusandolo di trattare la NATO come un’entità separata dagli Stati Uniti mentre chiede agli europei di partecipare a operazioni militari nel Golfo. Il premier belga Bart De Wever ha informato il proprio parlamento che Bruxelles non parteciperà ad alcuna operazione offensiva a fianco di Washington e Tel Aviv.

Lo scenario: Hormuz blindato, petrolio alle stelle.

Lo Stretto di Hormuz è diventato il nuovo epicentro della crisi energetica globale da quando le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC) ne hanno annunciato la chiusura alla maggior parte delle navi, in risposta agli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran a partire dal 28 febbraio scorso. Prima del conflitto, attraverso quello stretto transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno; la sua interruzione ha già fatto impennare i prezzi sui mercati internazionali.

Gli attacchi americano-israeliani hanno finora causato oltre 1.200 vittime in Iran, tra cui l’allora Guida Suprema Ali Khamenei. Teheran ha risposto con attacchi di droni e missili contro Israele, Giordania, Iraq e i Paesi del Golfo che ospitano basi militari statunitensi.

Nel frattempo, Trump ha dichiarato lunedì che “numerosi Paesi” sarebbero pronti ad affiancare gli Stati Uniti nella riapertura dello Stretto, senza tuttavia fare nomi, adducendo il timore che possano diventare bersagli iraniani. Una mossa che, almeno per ora, non sembra aver convinto nessuno dei suoi alleati europei ad alzare la mano.

foto Mass Communication Specialist 2nd Class Justin Stack)