Liste d’attesa, l’ideologia prima del pragmatismo: la Giunta del “campo largo” ignora il privato e il percorso di tutela.
La lotta alle liste d’attesa continua a essere uno dei principali banchi di prova per la sanità regionale. Ma anche in questa Legislatura la risposta della Giunta (oggi rappresentata dal cosiddetto campo largo) appare più ideologica che efficace. Invece di affrontare il problema con realismo, investendo nella sanità privata accreditata – l’unico segmento del sistema che, per organizzazione, capacità logistica e interesse diretto, può ridurre concretamente i tempi di accesso alle prestazioni – l’esecutivo sceglie una strada estemporanea e poco strutturata. Quella dei “buoni (a nulla) servizi sanitari“.
Il bando sui “Buoni Servizi Sanitari”, qualche mese fa, era stato presentato come una soluzione emergenziale (per alcuni salvifica). Ma, dopo diversi mesi di inconsistenza (alzi la mano chi conosce lo stato della procedura), l’unico dato certo è rappresentato dall’esclusione degli operatori privati e accreditato, che operano stabilmente nel Servizio sanitario regionale ed è già integrato nella programmazione dei LEA.
A suggerire l’ultimo capitolo della “scapigliata” gestione della sanità sarda da parte del centrosinistra è il consigliere di minoranza, Stefano Schirru: “L’esclusione del privato accreditato, che garantisce livelli di assistenza uniformi e monitorati, rischia di indebolire l’impianto complessivo del sistema sanitario regionale e di svilire il valore stesso dell’accreditamento istituzionale”.
Una misura, ancora, non rispettosa del diritto universale della salute, essendo dedicata esclusivamente per quei nuclei familiari con ISEE al di sotto o pari a 10mila euro. Provvedimento, ricorda l’esponente di Alleanza Sardegna, che “non persegue in modo efficace l’obiettivo dichiarato di riduzione delle liste d’attesa, poiché limita l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ai soli soggetti esenti per reddito, escludendo cittadini con identico bisogno clinico e titolari di esenzioni per patologia, anche gravi, come i pazienti oncologici. Si introduce così un criterio che rischia di risultare discriminatorio in ambito sanitario, facendo prevalere il requisito reddituale sul bisogno clinico, in contrasto con i principi fondamentali del Servizio Sanitario Nazionale”.
Insomma, lo capirebbe pure un elettore di uno degli attuali partiti di maggioranza, la sanità privata accreditata non è un’alternativa ideologica al pubblico, ma una componente essenziale del servizio sanitario. È lì che esistono flessibilità organizzativa, capacità di aumentare rapidamente i volumi di prestazioni e incentivi concreti a ridurre i tempi. Ignorarlo significa rinunciare, di fatto, all’unico strumento immediatamente disponibile (in una regione già di per sé incasinata da anni di scelte scellerate) per smaltire gli arretrati accumulati.
La Giunta, invece, sembra muoversi lungo un riflesso ideologico che guarda con sospetto al privato, preferendo interventi spot che danno l’illusione di agire ma non incidono sulle cause strutturali del problema. Una scelta poco pragmatica che rischia di lasciare i cittadini esattamente dove sono: in attesa.
A rendere il quadro ancora più contraddittorio anche la mancata considerazione di uno strumento già esistente in Sardegna, il percorso di tutela. La normativa, infatti, già prevede strumenti per garantire al cittadino l’accesso alle prestazioni nei tempi stabiliti, anche attraverso il ricorso a strutture private quando il pubblico non è in grado di rispondere. Un meccanismo che esiste, ma che la Giunta sembra dimenticare, preferendo inventare nuove misure invece di far funzionare quelle già previste. Perché non potenziarlo tra le varie Aziende sanitarie locali?
In poche parole, meglio ricordarlo agli inquilini di viale Trento, quando si fa una chiamata al CUP e si riceve una prenotazione che non rispetta i codici di priorità dell’impegnativa (ovvero urgente entro 72 ore, breve entro i 10, differibile tra i 30-60 giorni e programmabile entro 120), se la prenotazione che accorda il CUP non rispetta questi tempi, il/la paziente ha diritto ad essere avviato/a al percorso di tutela che prevede la garanzia della prestazione nei tempi previsti, attraverso un privato accreditato e convenzionato, un medico interno al Servizio Sanitario Regionale (l’intramoenia) o a pagamento da un privato con rimborso. Nel caso il paziente abbia l’esenzione, ancora, non paga neanche il ticket.
Premesse dovute per fare il punto sulla nuova misura del “Governo dei migliori”, l’introduzione dei “Buoni servizi sanitari” mirata, secondo la Giunta regionale, a “contrastare il fenomeno della cosiddetta povertà sanitaria”.
Il risultato, però, è l’ennesima uscita estemporanea, figlia di una visione più politica che gestionale. Ridurre davvero le liste d’attesa richiede investimenti mirati, integrazione pubblico-privato e rispetto delle regole esistenti. Tutto il resto rischia di restare propaganda, mentre il tempo – per i pazienti – continua a scorrere. E molti, purtroppo, non possono attendere le prossime elezioni regionali…
