7 Agosto 2026
Politica

Lista d’attesa fino a dicembre per una visita dermatologica ma la Sardegna ha l’America’s Cup

Tutto regolare, tutto nei binari del sistema. Il medico di base visita, valuta, ritiene opportuno un controllo dermatologico di prevenzione. Scrive l’impegnativa. Il paziente , diligente, responsabile, attento alla propria salute , si presenta al CUP il 25 maggio 2026 per prenotare la visita.

Il primo appuntamento disponibile, però, è il 15 dicembre 2026.

Sette mesi. Duecentotre giorni. Per una visita dermatologica di prevenzione , non un intervento chirurgico, non una terapia oncologica, non una procedura d’urgenza. Un controllo. Quello che i medici raccomandano di fare periodicamente a chiunque, tanto più in una regione meridionale ad alta esposizione solare come la Sardegna, dove i rischi legati ai tumori cutanei sono tutt’altro che trascurabili.

C’è solo un dettaglio: l’impegnativa ha una validità di 180 giorni. Ovvero scade il 21 novembre 2026. Tre settimane prima dell’appuntamento proposto dal sistema.

I primi appuntamenti per una visita dermatologica nel Sud Sardegna, foto Sardegnagol

L’unica alternativa è pagare.

Di fronte a questa prospettiva kafkiana, la scelta è brutalmente semplice. Si può attendere dicembre sperando che qualcuno nel frattempo rinunci al proprio turno , e nel frattempo chiedere al medico di riscrivere l’impegnativa scaduta , oppure si apre il portafoglio: 102 euro per una visita dermatologica privata, da pagare di tasca propria, senza rimborsi, senza sconti, senza alternative reali.

Non stiamo parlando di un paziente che pretende il lusso di una corsia preferenziale. Stiamo parlando di prevenzione primaria. Di quella cultura della salute che le stesse istituzioni regionali declamano nei convegni, nei comunicati stampa, nelle campagne di sensibilizzazione. “Fate i controlli”, ripetono. “Prevenire è meglio che curare” e , ancora, “lo screening è una azione da sostenere”.

Già. Ma se per prevenire devi aspettare sette mesi oppure spendere 102 euro, alla fine molti rinunciano. E la prevenzione diventa un privilegio per chi se lo può permettere.

I milioni per le regate, i centesimi per la sanità.

Mentre il sistema sanitario sardo non riesce a garantire una visita dermatologica entro tempi ragionevoli, la Regione Sardegna ha trovato senza particolari difficoltà i milioni necessari per sostenere l’America’s Cup (o meglio una “regata preliminare” che non serve neanche a fare punteggio e la cui eccezionalità della tappa in Sardegna è stata sminuita lo stesso giorno dell’inaugurazione, quando è stato deciso che anche a Napoli si sarebbe tenuta la stessa iniziativa). Eppure, oggi, lo stesso M5S ha avuto l’ardire di parlare di Sardegna come “destinazione capace di attrarre turismo, investimenti e nuove opportunità”. Come no? Una regione invidiatissima, per esempio, sotto il profilo dei trasporti.

Il ritorno economico per la comunità? Difficile quantificarlo e i conti, quando vengono fatti sul serio, raramente tornano quanto promesso in fase di lancio. Ciò che è certo è che l’entusiasmo istituzionale per le regate non ha trovato un equivalente nella voce di bilancio dedicata alla sanità convenzionata, quella che potrebbe davvero fare la differenza sui tempi di attesa.

Perché il nodo è questo: con la desertificazione della medicina specialistica pubblica , mancano medici, mancano specialisti, mancano risorse umane , l’unico strumento in grado di abbattere le liste d’attesa e sostenere una politica seria di prevenzione e screening nell’Isola è il privato convenzionato. Strutture che lavorano in regime di accreditamento, che accettano l’impegnativa del medico di base, che applicano il ticket , ma che oggi operano con budget regionali fermi, insufficienti, incapaci di assorbire una domanda che cresce ogni anno e di far valere il tema “dell’appropriatezza delle cure”.

Un sistema che scarica sul cittadino.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. O meglio, lo è per chi se ne accorge sulla propria pelle: il paziente che esce dal CUP con una data di dicembre in mano e 102 euro da mettere insieme per non aspettare. Per chi non li ha, l’alternativa è rinunciare. Rinunciare alla prevenzione, rinunciare al controllo, sperare che quel neo un po’ strano rimanga innocuo fino a quando il sistema pubblico troverà il tempo di occuparsene.

La lista d’attesa di sette mesi per una visita dermatologica non è una distrazione, non è un errore del sistema. È il sistema. Un sistema che ha scelto , per inerzia, per mancanza di volontà politica, per distrazione delle priorità , di non investire dove servirebbe: nel potenziamento del convenzionato, nel reclutamento di specialisti, nella riduzione strutturale dei tempi di attesa.

Finché si troverà più facilmente un finanziamento per una regata che un dermatologo disponibile entro l’estate, il diritto alla salute in Sardegna resterà quello che è: una promessa scritta sulla carta, con validità di 180 giorni… per visite a partire dai 200.

foto Sardegnagol riproduzione riservata