L’Iran sfida l’Occidente: la risoluzione ONU 2231 segna una frattura nell’ordine globale?
La posizione dell’Iran sulla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sanciva l’accordo sul nucleare del 2015, rappresenta molto più di un dissenso tecnico: secondo un’analisi pubblicata dal Middle East Monitor, è il simbolo di una crescente opposizione mondiale all’ordine internazionale guidato dall’Occidente.
La fine della Risoluzione 2231 e lo scontro politico.
La formale scadenza della Risoluzione 2231, avvenuta il 18 ottobre dopo dieci anni, ha messo in luce un nuovo fronte di tensione geopolitica. L’opinione, intitolata “La frattura della 2231: come la sfida dell’Iran rivela la profonda divisione dell’ordine globale”, sottolinea come la decisione di Teheran di respingere il tentativo occidentale di riattivare le sanzioni rifletta il declino dell’autorità politica del blocco occidentale e l’emergere di un mondo multipolare.
Il “meccanismo di ritorno automatico” e la reazione iraniana.
Nel dettaglio, Gran Bretagna, Germania e Francia — il cosiddetto gruppo E3, firmatari del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) — hanno annunciato ad agosto l’intenzione di attivare il cosiddetto snapback mechanism, lo strumento che consente di reintrodurre automaticamente le sanzioni ONU contro l’Iran.
Tale decisione, osserva l’articolo, va contro lo spirito dell’accordo, poiché la risoluzione avrebbe dovuto estinguersi definitivamente, eliminando gli ultimi resti dell’architettura sanzionatoria delle Nazioni Unite.
Il sostegno del Sud Globale.
La ferma opposizione di Teheran è stata condivisa da Russia, Cina e da oltre 120 Paesi del Movimento dei Non Allineati (NAM).
Un tale allineamento, sottolinea l’articolo, sarebbe stato impensabile dieci anni fa, quando le sanzioni statunitensi godevano di quasi unanime legittimità. Oggi, invece, molte economie emergenti dall’America Latina all’Asia meridionale vedono negli strumenti di pressione occidentali dei “relitti obsoleti di un passato unipolare”.
L’erosione dell’ordine internazionale del dopoguerra.
La controversia sulla risoluzione 2231, non dovrebbe essere vista come un elemento di non poco conto in termini geopolitici. Essa, infatti, riflette un cambiamento strutturale più profondo: la frammentazione dell’ordine internazionale nato nel 1945 e dominato dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Gli Stati Uniti e i Paesi occidentali, come ricorda la cronaca, faticano a mantenere il controllo delle istituzioni che essi stessi hanno creato, mentre nuove potenze, soprattutto in Oriente e nel Sud Globale, rivendicano una legittimità fondata su pluralismo, sovranità e non ingerenza.
Insomma, in giro per il mondo sembrerebbe si stia elevando un moto di rivolta più ampia contro il cosiddetto “legalismo occidentale”.
L’Iran guarda a Est.
Teheran, secondo l’articolo, sta consolidando il proprio futuro strategico attraverso legami economici e politici con Oriente e Sud Globale.
La recente riunione ministeriale del NAM in Uganda, dove il blocco ha sostenuto apertamente la posizione iraniana, rappresenta — per la prima volta dopo decenni — un atto collettivo di sfida alle interpretazioni occidentali del diritto internazionale.
Crisi di legittimità per il Consiglio di Sicurezza.
Il Middle East Monitor avverte, inoltre, che la posizione del NAM ha implicazioni geopolitiche che vanno ben oltre il programma nucleare iraniano. Se 120 Paesi possono respingere una risoluzione ONU sostenuta dall’Occidente, si profila una crisi di legittimità per le stesse istituzioni create per mantenere l’ordine mondiale. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quindi, rischia di trasformarsi da spazio di consenso a teatro di divisione.
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