L’Iran chiude lo Stretto di Hormuz alle navi dei Paesi filo-USA
Teheran alza ulteriormente la posta in gioco nella crisi del Golfo Persico. Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha dichiarato che l’Iran impedirà il transito attraverso lo Stretto di Hormuz alle navi appartenenti agli Stati che si allineano alla politica di sanzioni statunitense contro la Repubblica islamica. “I Paesi che seguono l’esempio degli Stati Uniti e impongono sanzioni contro l’Iran si troveranno senza dubbio ad affrontare difficoltà nel passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha affermato in un’intervista all’agenzia IRNA.
Akraminia ha aggiunto che il conflitto militare in corso ha costretto Teheran a sfruttare il potenziale geopolitico dello stretto, rivendicando ora su di esso una vera e propria sovranità operativa. Ogni nave che intenda attraversarlo, ha precisato, dovrà d’ora in poi coordinare le proprie azioni con l’Iran, misure che, secondo il portavoce, potrebbero portare alla Repubblica islamica “molti benefici”.
La nuova spirale di tensione è esplosa nella notte tra il 7 e l’8 maggio. Secondo la televisione di Stato iraniana, tutto è partito da un attacco statunitense a una petroliera iraniana. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: tre cacciatorpedinieri americani nei pressi dello stretto sono stati colpiti. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha quindi risposto con una serie di raid su obiettivi militari in territorio iraniano.
È l’ultima, drammatica accelerazione di un conflitto che affonda le radici nel 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele avviarono un’operazione militare congiunta contro l’Iran. Teheran aveva immediatamente risposto chiudendo lo stretto ai natanti legati a Washington, Tel Aviv e ai paesi che avevano appoggiato l’aggressione. Un cessate il fuoco bilaterale di due settimane annunciato da Washington il 7 aprile aveva aperto uno spiraglio, ma i negoziati di Islamabad dell’11 aprile si erano conclusi senza accordo, su troppe divergenze. Il 21 aprile Trump aveva prorogato unilateralmente la tregua; Teheran l’aveva respinta, annunciando che avrebbe agito secondo i propri interessi.
L’effetto a cascata sui mercati globali.
Le ripercussioni economiche sono già visibili e severe. Secondo stime di Morgan Stanley citate da Bloomberg, le scorte petrolifere mondiali si sono ridotte di circa 4,8 milioni di barili al giorno tra il 1° marzo e il 25 aprile, un ritmo di depauperamento che supera nettamente qualsiasi precedente registrato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Goldman Sachs avverte che le scorte visibili globali sono ormai prossime ai minimi dal 2018, prefigurando rischi concreti di impennate di prezzo e carenze fisiche di greggio che nessun governo sarebbe in grado di compensare efficacemente. Gli analisti sottolineano che le conseguenze dello svuotamento delle riserve potrebbero rendere il mercato energetico estremamente volatile anche dopo un’eventuale fine delle ostilità.
Non solo petrolio. Il Wall Street Journal segnala una crisi parallela nell’acido solforico, derivato in larga parte dallo zolfo estratto nelle raffinerie e negli impianti a gas del Golfo Persico. L’acido solforico è un composto indispensabile alla produzione di fertilizzanti fosfatici, alla lavorazione di rame e altri metalli, alla concia del cuoio e alla vulcanizzazione della gomma. Il blocco delle rotte attraverso Hormuz ha già compresso l’offerta globale e spinto i prezzi verso l’alto. A peggiorare il quadro è la Cina, il maggior produttore mondiale di zolfo, ha imposto questo mese restrizioni alle proprie esportazioni per proteggere la sicurezza alimentare interna, amplificando ulteriormente le tensioni su un mercato già sotto stress. La minaccia per i mercati dei fertilizzanti e per le forniture alimentari mondiali si fa dunque concreta, con effetti che potrebbero farsi sentire ben oltre la durata del conflitto.
foto Navy
