L’intelligenza artificiale riduce il burnout, ma rischia di ampliare la solitudine sul lavoro
Se da un lato l’intelligenza artificiale sta alleggerendo il carico di stress dei lavoratori, dall’altro rischia di alimentare un progressivo “deficit di connessione” negli ambienti di lavoro, colpendo in particolare le generazioni più giovani. È quanto emerge da una nuova ricerca globale pubblicata da Workday, Inc. (NASDAQ: WDAY), secondo cui il 20% dei lavoratori appartenenti alla Gen Z ha dichiarato di essersi assentato dal lavoro nell’ultimo anno a causa di sentimenti di solitudine o isolamento.
Lo studio.
Lo Human Connection Workplace Index ha coinvolto 2.150 lavoratori che utilizzano attivamente strumenti di intelligenza artificiale, impiegati in grandi aziende operanti in diversi settori e aree geografiche, con l’obiettivo di misurare in che modo l’AI stia ridefinendo fiducia, collaborazione e connessione sociale sul posto di lavoro.
I benefici: meno burnout, più produttività.
I risultati confermano innanzitutto un impatto positivo sul benessere lavorativo: il 62% dei dipendenti intervistati dichiara che il proprio rischio di stress o esaurimento è diminuito da quando ha iniziato a utilizzare strumenti di AI, mentre l’86% si sente più produttivo grazie alla tecnologia, spesso perché in grado di concentrarsi su attività a maggior valore strategico. Quasi due terzi degli intervistati (64%) riferisce inoltre una crescente fiducia nella propria capacità di affrontare con successo ruoli futuri.
Il rovescio della medaglia: relazioni più fragili.
Accanto a questi benefici, però, l’Index registra segnali preoccupanti sul fronte delle relazioni interpersonali. Un terzo dei dipendenti (33%) dichiara di avere raramente o mai conversazioni con i colleghi che vadano oltre gli scambi puramente operativi nel corso di una settimana lavorativa, mentre meno della metà (46%) trova facile stringere amicizie sul posto di lavoro. Il 14% del campione complessivo ha ammesso di essersi assentato nell’ultimo anno proprio a causa di solitudine o isolamento sociale.
Uno dei dati più significativi riguarda il confronto tra intelligenza artificiale e rapporti umani: il 16% degli intervistati dichiara di avere meno pazienza per le conversazioni informali da quando utilizza l’AI. Negli ultimi dodici mesi, il 76% ha usato uno strumento di intelligenza artificiale per ricevere consigli, il 52% per fare brainstorming e, in un dato che desta particolare attenzione, il 37% l’ha impiegato persino come forma di compagnia, motivando la scelta con il supporto costante e privo di giudizio offerto dalla tecnologia rispetto al confronto con i colleghi.
Un divario generazionale marcato.
Il fenomeno colpisce in modo particolarmente netto le generazioni più giovani: secondo l’Index, i lavoratori della Gen Z hanno una probabilità dodici volte superiore rispetto alla Gen X di sentirsi completamente disconnessi dai colleghi, il doppio rispetto ai Millennial, e una probabilità otto volte maggiore di sperimentare un senso di solitudine sul lavoro. Oltre un quinto degli intervistati ritiene inoltre che gli strumenti di intelligenza artificiale abbiano peggiorato le proprie relazioni personali con i colleghi da quando sono stati introdotti sul posto di lavoro.
I risultati della ricerca arrivano in un momento in cui, secondo le stime citate nel report, lo scarso coinvolgimento dei dipendenti avrebbe generato perdite di produttività per circa 10 trilioni di dollari a livello globale nell’ultimo anno. Alla domanda su quale sia la principale preoccupazione legata all’intelligenza artificiale, il 43% degli intervistati ha indicato proprio la riduzione delle interazioni umane, un timore che supera persino quello legato alla perdita del posto di lavoro.
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