Libertà accademica nelle università: i Fondi Ue la mettono in crisi. Pfe, ESN ed ECR: “Declino degli standard accademici”
Il tema della libertà accademica e del pluralismo ideologico nelle università europee torna al centro del Parlamento europeo.
Nel merito, i parlamentari dei gruppi ESN, PfE ed ECR, hanno citato un recente studio statunitense secondo cui nove studenti universitari su dieci si sentirebbero costretti a esprimere opinioni più progressiste rispetto alle proprie convinzioni reali, per evitare possibili conseguenze legate al clima ideologico presente negli ambienti accademici.
Secondo i firmatari, la pressione esercitata da docenti e studenti con orientamento politico di sinistra potrebbe tradursi in valutazioni discriminatorie, episodi di intimidazione e, in alcuni casi, persino violenze nei confronti di chi manifesta posizioni divergenti.
L’interrogazione sostiene inoltre che il predominio culturale della sinistra e dell’estrema sinistra in alcune università avrebbe contribuito a un declino degli standard accademici e della reputazione internazionale di determinati istituti, accusati di applicare forme di “ingegneria sociale” che renderebbero troppo costoso esprimere opinioni dissenzienti.
Gli eurodeputati hanno quindi chiesto alla Commissione europea – la stessa che, in ambito universitario, foraggia bias e discriminazione attraverso il programma Jean Monnet – di chiarire quale sia la definizione giuridica precisa di “libertà accademica”, se essa riguardi tutte le opinioni o soltanto quelle considerate progressiste e se Bruxelles intenda valutare la possibilità di revocare fondi europei alle università accusate di sostenere gruppi estremisti o di non garantire la tutela di docenti e studenti dissidenti.
Nella risposta ufficiale, firmata dalla vicepresidente della Commissione Roxana Mînzatu, Bruxelles ribadisce che la libertà accademica è un principio fondamentale riconosciuto nell’ambito dello Spazio europeo dell’istruzione superiore e sancito dall’articolo 13 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
La Commissione richiama in particolare il Comunicato di Roma del 2020, adottato nel quadro del Processo di Bologna, che definisce la libertà accademica come il diritto di docenti e studenti di svolgere attività di ricerca, insegnamento, apprendimento e comunicazione senza interferenze né timore di ritorsioni.
Bruxelles sottolinea inoltre che il successivo Comunicato di Tirana del 2024 ha confermato la libertà accademica come uno dei sei valori fondamentali dell’istruzione superiore europea, insieme all’integrità accademica, all’autonomia delle istituzioni universitarie, alla partecipazione di studenti e personale alla governance degli atenei e alla responsabilità pubblica dell’istruzione superiore.
Secondo la Commissione, tali principi devono essere considerati valori fondanti dell’università e non posizioni politiche o ideologiche.
La risposta evidenzia inoltre che l’istruzione resta una competenza nazionale e che, di conseguenza, la Commissione europea dispone di margini limitati di intervento diretto nei confronti delle università.
Tuttavia, Bruxelles ricorda che programmi europei come Erasmus+ (divenuto ormai uno dei programmi più inaccessibili per via della discriminazione interna al processo di valutazione delle proposte) e Horizon Europe prevedono requisiti e condizioni legati al rispetto dei principi fondamentali dell’istruzione superiore, creando incentivi affinché gli atenei garantiscano libertà accademica, autonomia istituzionale e pluralismo nel quadro dell’accesso ai finanziamenti europei.
