14 Marzo 2026
Europa

Libano: i raid israeliani fanno fuggire 30mila persone. Chiese e scuole trasformate in rifugi

Nella notte tra domenica e lunedì 2 marzo, una nuova ondata di bombardamenti israeliani ha colpito il Libano, provocando uno dei più massicci esodi civili degli ultimi mesi. Secondo i dati diffusi dal governo libanese, circa 30mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. I missili israeliani hanno seminato morte e distruzione dalla periferia sud di Beirut al Libano meridionale, fino alla Valle della Beqaa, riportando il paese sull’orlo di una catastrofe umanitaria che sembrava, almeno temporaneamente, scongiurata.

Più di dieci potenti raid aerei hanno colpito i sobborghi meridionali della capitale intorno alle 2:30 di notte. Le esplosioni sono state udite fino alla regione del Keserwan, ben oltre Beirut. Circa 50 villaggi hanno ricevuto avvisi di evacuazione immediata, scatenando un esodo di massa che ha rapidamente congestionato le autostrade in uscita dal sud del paese e dalla cintura sud della capitale. Migliaia di famiglie sono rimaste bloccate nel traffico per ore nel buio della notte, con bambini e anziani a bordo, i bagagli raccolti in fretta, una destinazione incerta.

La nuova escalation è scattata dopo che Hezbollah ha rivendicato il lancio di missili verso Israele, cui ha fatto seguito una risposta militare immediata da parte di Tel Aviv. Un innesco che ha di fatto sepolto il già precario cessate il fuoco, frutto di mesi di diplomazia internazionale. Dopo mesi di attacchi israeliani quasi quotidiani sul territorio libanese, la spirale di violenza ha ripreso vigore con rinnovata intensità.

A raccogliere i pezzi, ancora una volta, sono le comunità religiose locali. Lo staff di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), in contatto diretto con vescovi e comunità ecclesiali in tutto il paese, ha tracciato un quadro drammatico.

A Saida, il vescovo greco-melkita Elie Haddad ha riferito che “missili sorvolano le nostre teste”, mentre le scuole pubbliche e i centri parrocchiali hanno aperto i battenti per accogliere le famiglie in fuga. A Tiro, il vescovo greco-melkita Georges Iskandar ha stimato che, se l’escalation dovesse continuare, circa 800 famiglie della sua diocesi avranno bisogno di assistenza. Le sue parole restituiscono la stanchezza di una popolazione che ha già vissuto tutto questo: “La gente è esausta; teme per i propri figli e per il proprio futuro; desidera una vita semplice e ordinaria: che un bambino possa andare a scuola senza paura, che un anziano possa dormire serenamente nella propria casa”.

Nella Valle della Beqaa la storia si ripete con una precisione desolante. Il vescovo maronita Hanna Rahme di Baalbek-Deir El Ahmar ha riferito che le stesse famiglie, musulmane e cristiane, che avevano cercato rifugio a Deir El Ahmar durante la guerra del 2024 stanno tornando negli stessi posti, con gli stessi volti segnati dalla stessa paura. Le scuole pubbliche sono state riaperte, la chiesa di San Nohra ha spalancato le porte. “Sono il nostro popolo; ci prenderemo cura di loro con quello che abbiamo”, ha detto il vescovo, nonostante le risorse siano quasi esaurite.

Nel vicino villaggio di Zboud, circa cento persone hanno trovato riparo in una scuola gestita dalle Suore del Buon Servizio, ormai al limite della capienza. Suor Jocelyne Joumaa non nasconde l’inquietudine: “Per ora siamo al sicuro, ma certamente presto toccherà anche a noi”.

Il governo libanese ha attivato rifugi pubblici e linee telefoniche di emergenza, ma la situazione resta altamente volatile. Diverse diocesi hanno già avvertito che, in caso di ulteriore escalation, potrebbero essere costrette a richiedere aiuti internazionali per garantire cibo, kit di emergenza e assistenza di base agli sfollati.

Mentre la comunità internazionale continua a guardare altrove, il Libano affronta da solo l’ennesima crisi provocata da una guerra che non ha scelto e che rischia, ancora una volta, di travolgerlo.

foto defense.gov, U.S. Army photo by Pfc, Josefina Garcia)