13 Aprile 2026
Europa

Libano, caschi blu nel mirino: muore un soldato indonesiano. L’ONU può solo “condannare fermamente”

Un peacekeeper indonesiano del contingente UNIFIL è stato ucciso ieri nel sud del Libano, colpito da un proiettile esploso nei pressi della postazione delle Nazioni Unite vicino al villaggio di Adchit al-Qusayr. Un secondo soldato, come confermato dalla missione ONU, è rimasto ferito in modo grave. L’UNIFIL, diplomatica anche in questa occasione, ha dichiarato di non conoscere l’origine del proiettile e di aver avviato un’indagine.

La risposta dell’ONU è arrivata puntuale, nella forma ormai rituale che il mondo conosce bene: il segretario generale Antonio Guterres ha “condannato con fermezza” l’accaduto su X, sottolineando che “questo è solo uno dei numerosi recenti episodi che hanno messo a repentaglio la sicurezza dei caschi blu”. Ha quindi invitato “tutte le parti” a rispettare gli obblighi del diritto internazionale. Parole che, ancora una volta, rischiano di dissolversi nel nulla.

È questo il copione che si ripete ormai da mesi in una regione (e non solo) precipitata in una spirale di violenza senza che le Nazioni Unite riescano a incidere in alcun modo sugli eventi. Dal 2 marzo Israele bombarda il Libano con raid aerei e ha avviato un’offensiva di terra nel sud del Paese, in risposta all’attacco transfrontaliero di Hezbollah. Sul fronte più ampio, il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva aerea contro l’Iran, che ha causato finora oltre 1.340 vittime, danni alle infrastrutture e turbolenze sui mercati globali e nel traffico aereo.

In questo scenario di guerra che si allarga, l’UNIFIL presidia posizioni sempre più esposte e sempre più bersagliate, mentre il palazzo di vetro di New York si limita a emettere comunicati sui social. La morte di un soldato indonesiano è l’ennesima dimostrazione plastica del divario tra la “retorica onusiana” e la realtà sul terreno: un’organizzazione nata per prevenire i conflitti che assiste impotente al loro deflagrare, capace ormai soltanto di contare le proprie vittime e di “condannare fermamente” chi le provoca.

foto UN Photo/Eskinder Debebe