L’Europa tra retorica e pace: le dichiarazioni dei “volenterosi” che fanno male alla diplomazia.
Le ultime dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz – che ha paragonato Vladimir Putin ad Adolf Hitler, richiamando la questione dei Sudeti del 1938 – sollevano interrogativi sempre più pressanti sull’equilibrio e sulla reale volontà di pace dei cosiddetti Paesi “volenterosi”.
Una forzatura storica che, oltre a non servire a niente, rappresenta un atto politicamente incompatibile con il ruolo di un leader europeo impegnato nella strategia di mediazione con la Federazione Russa. Un lusso che il tedesco Merz può tranquillamente permettersi mentre migliaia di persone continuano a ritrovarsi sotto le bombe e senza elettricità in Ucraina.
“Putin non si fermerà”, ha affermato. Un parallelismo con il fuhrer tedesco che, lungi dal favorire un clima di dialogo, contribuisce ad alzare ulteriormente il livello dello scontro politico e simbolico con la Federazione Russa. Dichiarazioni di un capo di governo più funzionali – probabilmente – alla mobilitazione interna e al consolidamento di un fronte ideologico che alla costruzione di un percorso negoziale credibile e agli interessi del sempre meno ascoltato e difeso popolo ucraino.
Mentre ufficialmente Berlino, Parigi e Londra ribadiscono il sostegno a iniziative diplomatiche e a un piano di pace promosso dagli Stati Uniti, il linguaggio utilizzato da alcuni leader europei, dunque, continua ad andare nella direzione opposta e l’insistenza su una narrazione esistenziale del conflitto — una guerra “contro l’Europa” e non solo contro l’Ucraina — oltre ad alimentare sospetti circa “gli oscuri interessi europei”, non può che ridurre gli spazi di manovra e rendere sempre più difficile qualsiasi ipotesi di de-escalation.
In questo contesto emerge una contraddizione evidente: come possono gli stessi attori che si propongono come garanti della sicurezza europea continuare a utilizzare una retorica di guerra totale senza compromettere la loro credibilità come interlocutori di pace? E soprattutto, chi sta davvero spingendo verso un punto di rottura nel continente?
La domanda, ormai inevitabile, resta sospesa: è Vladimir Putin a voler trascinare l’Europa verso un conflitto irreversibile, o sono anche alcuni leader europei, con dichiarazioni infelici e posture rigide, a contribuire ad alimentare una spirale di contrapposizione che allontana ogni soluzione politica? In assenza di un cambio di tono e di strategia, il rischio è che l’Europa perda non solo il ruolo di mediatore, ma anche quello di attore razionale in uno dei momenti più critici della sua storia recente.
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