L’Europa sull’orlo di una crisi energetica senza precedenti
Mentre gli ultimi carichi di petrolio e gas dal Golfo Persico arrivano nei porti europei, il continente si prepara ad affrontare uno choc energetico che rischia di paralizzare l’industria, far decollare l’inflazione, bloccare i voli e far salire il prezzo del cibo. La guerra in Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, sta mettendo a nudo la fragilità di un sistema che si credeva diversificato a sufficienza.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è, con molta probabilità, il più preoccupato tra i leader europei: se il conflitto dovesse prolungarsi, peserebbe sull’economia europea “quanto la pandemia di Covid o l’inizio della guerra in Ucraina”, ha dichairato. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, è andata ancora oltre, avvertendo che le conseguenze a lungo termine sono “probabilmente al di là di ciò che possiamo immaginare in questo momento”.
Lo Stretto che strangola il mondo.
Il nodo centrale della crisi è geografico prima ancora che politico: circa il 20 per cento del petrolio e del gas che alimenta l’economia globale transita dallo Stretto di Hormuz, ora di fatto chiuso da Teheran, che ha minacciato di attaccare qualsiasi nave in transito senza autorizzazione iraniana.
Se negli anni Settanta l’embargo OPEC aveva sottratto al mercato il 7 per cento delle forniture globali, la chiusura dello Stretto ne blocca il 20.
L’Europa non è al sicuro.
Quando scoppiò il conflitto, i funzionari europei avevano minimizzato i rischi, sottolineando che il Golfo Persico rappresentava appena il 6 per cento del greggio importato dall’UE e meno del 10 per cento del gas naturale. La diversificazionem, con forniture da Stati Uniti, Norvegia, Azerbaijan e Algeria, sembrava una garanzia sufficiente.
Ma quel calcolo si sta rivelando sbagliato. I Paesi asiatici, che prima della guerra dipendevano dal Golfo per circa l’80 per cento delle loro forniture energetiche, stanno facendo a gara per accaparrarsi le risorse disponibili, offrendo prezzi più alti e dirottando verso est le navi con contratti flessibili. Negli ultimi giorni undici petroliere con bandiera nigeriana che trasportavano GNL americano sono state deviate dall’Europa verso l’Asia.
Benzina, aerei e industria: i primi danni.
I segnali di crisi sono già visibili. Il prezzo della benzina in Europa è salito di circa il 15 per cento tra il 23 febbraio e il 23 marzo. Ma è il carburante per aerei a destare le preoccupazioni maggiori: dall’inizio dei bombardamenti sull’Iran, il prezzo del cherosene in Europa è più che raddoppiato, superando i 1.700 dollari per tonnellata metrica.
Il gruppo Lufthansa starebbe valutando il fermo temporaneo di 20-40 aeromobili, con una riduzione della capacità dei voli compresa tra il 2,5 e il 5 per cento.
Sul fronte industriale, le ricadute si stanno propagando lungo tutta la filiera: dai produttori di acciaio a quelli di plastica e fertilizzanti, fino ai semiconduttori che dipendono dall’elio, una delle risorse bloccate dalla chiusura dello stretto.
La volatilità dei prezzi dell’energia è, ormai, dietro l’angolo.
Lo spettro della stagflazione.
Il rischio più temuto dagli economisti, e non solo, è quello della stagflazione: la combinazione letale di crescita stagnante e inflazione elevata che negli anni Settanta devastò le economie occidentali. La Commissione europea stima che il conflitto ridurrà la crescita dell’UE all’1 per cento quest’anno, mentre l’inflazione potrebbe tornare a salire, spingendo la BCE ad alzare i tassi di interesse, con ulteriori ricadute su mutui, imprese e debiti pubblici già gonfiati dalle crisi precedenti.
Anche nell’ipotesi migliore, quella di una pace immediata, il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha stimato che occorrerebbe almeno un anno per tornare alla normalità.
Il conto alla rovescia, per l’Europa, è già iniziato e, piuttosto che ringraziare Donald Trump o continuare a bandire Vladimir Putin, a Bruxelles bisognerebbe fare più di un passo indietro.
