L’Europa si riarma: la fine del comfort strategico
C’è un momento in cui la storia cambia passo. L’Europa lo sta vivendo adesso, e lo sa. Dopo sette decenni in cui la pace era qualcosa di garantito dall’esterno , dagli americani, dall’ombrello NATO, dall’ordine uscito da Yalta e da Maastricht , il continente si trova a fare i conti con una realtà che credeva di essersi lasciato alle spalle: la sicurezza è di nuovo una responsabilità propria, e le armi sono tornate al centro della politica.
Non si tratta di un sussulto emotivo, né di una risposta congiunturale. È un cambio di paradigma che dimostra, dopo solo due anni di mandato Trump, quanto fosse fragile l’impalcatura della difesa europea.
A dirlo, con una franchezza insolita per i codici del linguaggio diplomatico europeo, è stato Emmanuel Macron. Il presidente francese, ricorda un recente articolo dell’esperto dell’IFIMES, Corneliu Pivariu, ha definito questo un “momento unico” nella storia del continente: i grandi centri di potere globale , inclusi i tradizionali alleati , si stanno muovendo in direzioni sempre meno allineate agli interessi europei. Un’affermazione che, tradotta, significa una cosa sola: l’America non è più la certezza di un tempo. E l’Europa non può più permettersi di vivere di rendita strategica.
Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, un leader europeo di primo piano ammette pubblicamente che il continente non opera più in un quadro di sicurezza stabile, con alleati certi e nemici identificati, ma in un ambiente molto più complesso, in cui è intrappolato tra più centri di potere globale, ciascuno con i propri interessi, nessuno pienamente prevedibile.
La Germania si sveglia.
Al centro di questa trasformazione c’è la Germania. Nessun altro Paese simboleggia come lei l’ordine europeo del dopoguerra: la rinuncia alla potenza militare come scelta fondativa, la scommessa sull’integrazione economica come alternativa alla guerra, il primato del commercio sulla forza. Per decenni, Berlino ha costruito la propria identità sulla moderazione strategica. Oggi quella stagione è finita.
La Germania si è data un obiettivo esplicito: diventare la principale potenza militare convenzionale d’Europa. L’aumento rapido dei budget per la difesa, la modernizzazione delle forze armate, l’espansione delle strutture militari non sono misure tampone dettate dall’emergenza. Sono i componenti di una strategia di lungo periodo che ridefinisce il ruolo tedesco nel continente e nel mondo.
Quel che rende questa svolta ancora più significativa è il suo carattere sistemico. Non si tratta solo di comprare più carri armati. La Germania sta riconvertendo segmenti dell’industria civile verso la produzione di armamenti, investendo in tecnologie dual-use, integrando le catene produttive militari a livello europeo. La sicurezza sta diventando un vettore centrale dello sviluppo economico. La logica è quella di un’epoca in cui gli stati non possono più separare economia e potere.
Sappiamo, come ricorda la genesi degli ultimi due conflitti mondiali, quanto hanno inciso le politiche di riarmo della Germania…
Le radici di una scelta.
Questa trasformazione non nasce dal nulla. Ha radici in decenni di tentativi europei , spesso rimasti sulla carta , di costruire una dimensione difensiva autonoma: dai progetti di cooperazione militare al concetto di EURODEFENCE, fino ai più recenti programmi SAFE e Readiness 2030. La differenza rispetto al passato è che oggi quella spinta non è più una scelta politica volontaria: è una risposta alla pressione della realtà geopolitica.
Due fattori convergenti hanno reso inevitabile la svolta. Il primo è la guerra in Ucraina, che ha riportato il conflitto convenzionale ad alta intensità alle porte dell’Unione europea, smontando l’illusione che la guerra fosse un fenomeno del passato o della periferia lontana. Il secondo è il progressivo disimpegno americano, o almeno la sua crescente imprevedibilità: i segnali che arrivano da Washington indicano una ricalibratura delle priorità globali che lascia l’Europa sempre più sola a gestire il proprio vicinato.
L’unità europea resta un problema aperto.
Ma il processo di riarmo europeo porta con sé contraddizioni difficili da risolvere. I paesi dell’Europa orientale , Polonia, baltici, Romania , spingono per il rafforzamento militare e lo leggono come una garanzia di sicurezza aggiuntiva. Altri guardano con inquietudine alla possibile affermazione di un’egemonia tedesca all’interno dell’Unione. L’Europa, insomma, rischia di riarmarsi in ordine sparso.
C’è poi una questione architettonica irrisolta: i confini dell’Unione europea non coincidono con i confini della sicurezza europea. Le capacità militari rilevanti, l’interoperabilità, le strutture di comando restano profondamente ancorate alla NATO. Il ruolo del Regno Unito, della Norvegia, di altri Paesi europei fuori dall’UE rimane essenziale. Il continente non deve solo riarmarsi: deve decidere quale modello di sicurezza costruire, e chi includervi.
La fine di un ordine mondiale
Quel che si sta consumando va oltre l’Europa. Il riarmo tedesco , e con esso i processi analoghi in atto in altre regioni del mondo, Asia inclusa , segna la fine dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. Quell’ordine poggiava su tre pilastri: la supremazia strategica americana, l’integrazione economica globale, la marginalizzazione della forza militare nelle relazioni tra grandi potenze. Oggi, tutti e tre sono in discussione. Il sistema si sta riorganizzando attorno a una logica multipolare, in cui la competizione strategica è la norma, le garanzie esterne sono incerte, e la geopolitica classica è tornata padrona del campo.
Un’identità strategica da costruire. Generazioni da rieducare.
In questo scenario, il riarmo europeo non è semplicemente una risposta a minacce contingenti. È un processo di ridefinizione identitaria. L’Europa che emerge da questa fase non sarà più il grande mercato protetto dalla potenza altrui: dovrà essere un attore strategico a pieno titolo, capace di produrre sicurezza, non solo di consumarla.
La posta in gioco è alta. Stiamo assistendo alla chiusura di un’epoca e all’apertura di un’altra: un’era in cui la pace non si eredita, ma si costruisce , e si mantiene , attraverso l’equilibrio delle forze, la volontà politica e la capacità reale di agire.
C’è però una questione che il dibattito sul riarmo europeo tende a eludere (d’altronde nell’Ue delle “narrazioni edulcorate” e dei “piccoli passi” cosa aspettarsi), e che prima o poi si imporrà con tutta la sua urgenza: un esercito non si costruisce solo con i bilanci della difesa. Si costruisce con gli uomini, con le donne, e con la cultura che li forma. L’Europa può investire miliardi in carri armati, cacciabombardieri e sistemi missilistici, ma se non affronta il problema degli effettivi si troverà ad avere arsenali senza soldati.
Il modello del professionismo militare, che ha dominato gli ultimi trent’anni, era figlio di un’epoca in cui la guerra era una eventualità remota e gestibile con forze ridotte e altamente specializzate. Quell’epoca è finita. Una difesa credibile, capace di deterrenza reale, richiede masse critiche di personale addestrato che i soli eserciti professionali non sono in grado di garantire. Questo pone una domanda scomoda, che nessun leader europeo ha ancora il coraggio di formulare apertamente: è possibile pensare a un aumento serio della capacità difensiva del continente senza rimettere in discussione il rapporto tra cittadino e servizio militare, senza reintrodurre una qualche forma di leva o di servizio civile obbligatorio?
La risposta è probabilmente no. E questo implica qualcosa di ancora più profondo: una rieducazione culturale delle nuove generazioni. Un continente che ha costruito la propria identità sull’individualismo, sul benessere, sulla fluidità identitaria e sulla mediazione digitale del reale non produce naturalmente cittadini disposti a sacrificarsi per qualcosa che li trascende. La società dei social ha eroso il senso del collettivo, la tolleranza al rischio, la capacità di obbedire a una gerarchia e di sopportare la fatica fisica. L’educazione gender, nella sua versione più radicale, ha spesso sostituito il tema della responsabilità civica con quello dei diritti individuali, svuotando lo spazio pubblico di una narrazione condivisa su doveri, appartenenza e difesa della comunità. Non si tratta di tornare a un nazionalismo muscolare né di cancellare conquiste sociali legittime: si tratta di riconoscere che una democrazia che non è disposta a difendersi è una democrazia vulnerabile. Il riarmo materiale senza il riarmo morale e civico è una fondamenta a metà: regge finché non viene messa alla prova.
foto (Official U.S. Navy photo DOD)
