8 Maggio 2026
Europa

L’Europa e la migrazione legale: grandi strumenti, grande squilibrio

L’Europa è la prima destinazione mondiale per i migranti. Nel 2024 ospitava circa 94 milioni di persone provenienti da altri Paesi, più di qualsiasi altra regione del pianeta. Eppure, a fronte di questa realtà imponente, gli strumenti che l’Unione europea ha costruito per gestire e regolare i flussi legali restano in larga parte inutilizzati, sottodimensionati, o applicati in modo radicalmente disomogeneo da uno Stato membro all’altro. È quanto emerge da un briefing pubblicato a marzo 2026 dal Servizio di Ricerca del Parlamento europeo, a firma di Steven Blaakman.

Il documento arriva in un momento politicamente sensibile, in cui il dibattito sull’immigrazione domina l’agenda europea, quasi sempre, non va oltre la polemica sugli sbarchi irregolari e sui rimpatri, incidendo molto meno sui canali legali che l’Ue stessa fatica a far funzionare.

Un continente che invecchia e ha bisogno di lavoratori.

Il punto di partenza è demografico, e difficilmente contestabile. L’età mediana nell’Ue è salita da 38 anni nel 2001 a 44 nel 2020. Gli over 65 rappresentano ormai il 21% della popolazione, contro il 16% di vent’anni fa. Il tasso di fertilità nel 2023 era di 1,3 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione generazionale, fissato intorno a 2,1. In questo scenario, la carenza di manodopera non è un’ipotesi futura: è già strutturale, e riguarda settori che vanno dall’assistenza sanitaria all’industria, dall’agricoltura alla tecnologia.

L’immigrazione legale viene esplicitamente indicata come uno degli strumenti per colmare questo gap. Il problema è che gli strumenti messi in campo dall’Ue per attrarre lavoratori qualificati funzionano male, o quasi per niente. Senza contare quelli a disposizione degli stessi cittadini europei (specialmente con riferimento ai giovani): sempre meno accessibili.

La Carta Blu: un’opportunità che nessuno usa.

Il caso più emblematico è quello della Blue Card, la “carta blu” europea nata nel 2009 per attirare lavoratori altamente qualificati da Paesi terzi. Nel 2023 ne sono state rilasciate 89.055, in crescita rispetto agli anni precedenti, ma ancora una goccia nel mare: su 1,3 milioni di permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro, le carte blu coprono appena il 6,9%.

La distribuzione geografica è ancor più rivelatrice degli squilibri interni all’Ue. La Germania da sola ha emesso il 77% di tutte le carte blu rilasciate nell’intero blocco nel 2023, circa 69.000 su 89.000. Polonia e Francia seguono a grande distanza. Cipro non ne ha rilasciata nemmeno una. La Slovacchia si ferma a 24, la Spagna a 53 nell’anno precedente, la Svezia a 83. Venti dei 25 Paesi partecipanti sono rimasti sotto mille permessi ciascuno.

Il risultato è un meccanismo pensato come soluzione europea che di europeo ha poco: è tedesco, nella sostanza, e ignorato quasi ovunque altrove.

Permessi unici, lavoratori stagionali, trasferimenti aziendali: il sistema a geometria variabile.

Un quadro simile si ripete per gli altri strumenti previsti dal diritto europeo. Il Permesso Unico, che combina permesso di lavoro e di residenza, nel 2023 ha raggiunto il record di 3,9 milioni di rilasci, ma quasi due terzi sono stati emessi da soli quattro Paesi: Francia, Spagna, Portogallo e Italia. Le autorizzazioni per i lavoratori stagionali sono cresciute, passando da 112.000 nel 2019 a quasi 192.000 nel 2023, ma tre quarti provengono da Italia, Francia, Croazia e Spagna. Quattro Paesi, Ungheria, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi, non ne hanno rilasciata nessuna.

L’Ue, insomma, legifera a livello centrale ma poi ogni Paese fa da sé. La sovrapposizione tra competenze nazionali e regole comunitarie produce un sistema frammentato, in cui la stessa figura del lavoratore migrante viene trattata in modo radicalmente diverso a seconda del Paese in cui decide di stabilirsi.

Il Talent Pool e le nuove scommesse.

Tra le novità più recenti c’è il Talent Pool europeo, una piattaforma digitale per mettere in contatto datori di lavoro europei con lavoratori non comunitari in cerca di occupazione. La proposta della Commissione è del 2023; il Parlamento europeo l’ha approvata definitivamente il 10 marzo 2026. È ancora presto per valutarne l’impatto, così come per le Talent Partnership avviate con Tunisia, Marocco, Egitto, Bangladesh e Pakistan: accordi bilaterali per sviluppare competenze e aprire canali di mobilità regolare.

L’idea di fondo è condivisibile: creare percorsi legali strutturati riduce il ricorso all’immigrazione irregolare. Ma tra l’architettura normativa e la sua applicazione concreta il divario, come dimostrano i dati sulla carta blu, rischia di essere abissale.

Asilo: quasi un milione di domande, ma il sistema regge a fatica.

Sul fronte dell’asilo, nel 2024 sono state presentate circa 912.000 domande per la prima volta nell’Ue, il 13% in meno rispetto all’anno precedente. Gli ingressi irregolari rilevati da Frontex nei primi nove mesi del 2025 sono stati 133.400, in calo del 22% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Ma il sistema di distribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi membri resta profondamente squilibrato. Alcuni Paesi, come la Germania, l’Austria e la Francia, assorbono una quota sproporzionata delle domande. Il nuovo Patto su Migrazione e Asilo, approvato con fatica dopo anni di stallo, tenta di introdurre un meccanismo vincolante di solidarietà tra gli Stati, ma la sua applicazione effettiva resta da verificare.

Nel frattempo, la Commissione ha proposto a marzo 2025 un nuovo Regolamento sui rimpatri per accelerare le espulsioni di chi non ha ottenuto protezione. Attualmente solo il 20% di chi riceve un ordine di rimpatrio viene effettivamente rimpatriato. La proposta prevede anche la creazione di “hub di rimpatrio” in Paesi terzi, una misura controversa, che i critici assimilano all’esternalizzazione delle frontiere e alla quale si guarda con grande interesse da parte di numerosi governi nazionali.

L’unica applicazione della Direttiva sulla Protezione Temporanea, strumento pensato nel 2001 per le crisi dei Balcani, è avvenuta nel 2022 per i rifugiati ucraini: ad agosto 2025 oltre 4,37 milioni di ucraini ne beneficiavano nell’Ue, sostenuti da circa 17 miliardi di euro stanziati dall’Unione.

Il ricongiungimento familiare: la via più percorsa.

Tra tutte le ragioni di migrazione legale, quella meno discussa nel dibattito pubblico è spesso la più rilevante nei numeri. Il ricongiungimento familiare rappresenta un terzo di tutti i permessi di soggiorno detenuti da cittadini non europei nell’Ue, e in Belgio arriva a coprire il 57% del totale. La ricerca mostra che ostacolare o ritardare i ricongiungimenti non migliora l’integrazione, anzi, la compromette, e penalizza anche la crescita salariale a lungo termine dei lavoratori stranieri.

È un dato che la retorica politica dominante fatica ad assorbire: l’immigrazione che arriva, in larga maggioranza, non è quella degli sbarchi sui telegiornali. È quella di chi aspetta mesi, a volte anni, per poter ricongiungersi al proprio coniuge o ai propri figli.

Il quadro che emerge dal rapporto europeo è quello di un sistema che si è dotato di strumenti ambiziosi, ma che non riesce a farli funzionare in modo coerente (cosa aspettarsi dall’Ue?). Nel frattempo, il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente su ciò che è irregolare, tralasciando la discussione nel merito per la parte legale (e più consistente) del fenomeno migratorio.