L’Europa che si riarma: la spesa per la difesa verso 381 miliardi. Budget raddoppiati negli ultimi 4 anni.
L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto quello che vent’anni di richiami atlantici non erano riusciti a fare: convincere i governi europei ad aprire davvero i cordoni della borsa per la difesa. Nel 2021 la spesa militare complessiva dei 27 Stati membri dell’Unione europea si attestava a 218 miliardi di euro. Nel 2025 ha raggiunto quota 381 miliardi, il 2,1% del PIL collettivo, con tutti i Paesi UE membri della NATO che per la prima volta superano insieme la soglia del 2% fissata al vertice di Galles nel 2014.
Una crescita impressionante nei numeri, ma che racconta solo una parte della storia.
Vent’anni di sotto-investimento da recuperare.
Il punto di partenza è quello che rende i numeri attuali meno rassicuranti di quanto sembrino. Per decenni, ricorda uno studio di indagine di Sebastian Clapp, la maggior parte degli Stati membri ha sistematicamente ridotto la spesa militare, tanto che ancora nel 2018-2019 i budget non avevano nemmeno recuperato i livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2008. Nel frattempo, la Russia ha aumentato la propria spesa militare del 300% nell’ultimo decennio, la Cina del 600%. L’Europa, nel complesso, del 20%.
Il Servizio Ricerca del Parlamento europeo stima che se tutti gli Stati membri avessero rispettato l’obiettivo del 2% dal 2006 al 2020, l’Unione avrebbe avuto a disposizione 1.100 miliardi di euro aggiuntivi per la difesa. Soldi che non ci sono stati, e che oggi mancano in termini di capacità operative, equipaggiamenti, scorte di munizioni e prontezza delle forze armate.
La corsa al riarmo: i numeri Paese per Paese.
La crescita della spesa non è uniforme. Al contrario, la mappa europea della difesa rivela fratture profonde tra est e ovest, nord e sud.
La Germania è il caso più eclatante in termini assoluti. Berlino ha aumentato la spesa del 23% in termini reali nel 2024 e di un ulteriore 18% nel 2025, portando il budget a 95 miliardi di euro, il doppio del livello del 2021. Dopo la riforma del freno costituzionale al debito, il governo tedesco ha già pianificato ulteriori aumenti: 117 miliardi nel 2026, fino a 162 miliardi entro il 2029, pari al 3,5% del PIL.
In testa alla classifica relativa ci sono però i paesi dell’Europa orientale, quelli che si sentono geograficamente più esposti alla minaccia russa. La Polonia guida con il 4,48% del PIL, seguita da Lituania (4%), Lettonia (3,73%) ed Estonia (3,38%). Varsavia punta al 4,8% già nel 2026; Vilnius si è posta l’obiettivo del 6% entro il 2030.
Nel nord Europa la crescita è altrettanto sostenuta. La Svezia ha avviato un programma pluriennale di potenziamento della difesa totale che copre difesa aerea, armi a lungo raggio e asset navali. La Danimarca ha istituito un fondo di accelerazione da 50 miliardi di corone danesi, portando la spesa al 2,65% del PIL. La Finlandia, già sopra il 2%, punta al 3% entro il 2029. I Paesi Bassi hanno più che raddoppiato il budget dal 2021, raggiungendo 25,8 miliardi nel 2025.
Tra i paesi fondatori dell’Unione, il quadro è più sfumato. La Francia ha portato l’allocazione per la difesa 2026 a 68,5 miliardi di euro, il 2,25% del PIL, nonostante le pressioni sul deficit pubblico. Un aumento reale, ma con un obiettivo dichiarato di appena il 2,3% nel 2027: una traiettoria prudente rispetto ai partner nordici.
L’Italia e la Spagna hanno entrambe raggiunto il 2% ufficiale, ma con un asterisco che pesa. Parte dell’aumento è stata ottenuta reclassificando voci di spesa per la sicurezza che in precedenza non rientravano nella definizione NATO di spesa militare. Il dato italiano, 45,3 miliardi secondo la definizione NATO, ma solo 35,5 miliardi secondo la definizione nazionale, è emblematico della distanza tra la cifra comunicata all’Alleanza e quella effettivamente destinata alle capacità militari in senso stretto. Roma ha comunque pianificato di arrivare a 61,7 miliardi entro il 2030.
Ai margini della classifica restano i quattro Paesi UE non membri della NATO, Irlanda, Malta, Austria e Cipro, che non sono vincolati dall’obiettivo del 2% e che, non a caso, presentano i livelli di spesa più bassi dell’Unione: l’Irlanda è ferma allo 0,22% del PIL.
Il nuovo obiettivo: 5% entro il 2035.
Se raggiungere il 2% sembrava ambizioso fino a pochi anni fa, il vertice NATO dell’Aia ha alzato ulteriormente l’asticella. Gli Alleati hanno approvato un nuovo impegno: portare la spesa al 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% per le spese militari “core” e un ulteriore 1,5% per voci connesse alla difesa in senso lato. Tutti i membri hanno aderito all’obiettivo, tranne la Spagna.
Per raggiungere il solo 3,5% di spesa core, gli Stati membri dell’UE dovrebbero aumentare la spesa aggregata di circa 254 miliardi di euro, arrivando a 635 miliardi nel 2025 e a 807 miliardi entro il 2035. Si tratta di cifre che, in molti Paesi, richiederebbero scelte politiche difficili e il riorientamento di risorse sottratte ad altri settori.
Il piano ReArm Europe da 800 miliardi.
Sul fronte europeo, il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha presentato il piano ReArm Europe / Readiness 2030, che punta a mobilitare 800 miliardi di euro in spesa per la difesa entro il 2029. Il pacchetto prevede un prestito garantito dall’UE da 150 miliardi tramite lo strumento SAFE, l’attivazione di una clausola di deroga al Patto di Stabilità per consentire spese aggiuntive pari all’1,5% del PIL, il reimpiego di fondi di coesione europei, il supporto della Banca europea per gli investimenti e la mobilizzazione di capitali privati.
A questo si aggiungono la prima strategia industriale europea per la difesa (EDIS), il programma EDIP per potenziare l’industria del settore, e una tabella di marcia per la prontezza difensiva europea pubblicata il 16 ottobre 2025, con obiettivi e tappe concrete fino al 2030.
Il confronto con Russia, Cina e USA.
I numeri europei sono imponenti in termini assoluti ma vanno relativizzati. La spesa per la difesa degli Stati Uniti ha raggiunto circa 935 miliardi di dollari nel 2024, 868 miliardi di euro, pari al 3,19% del PIL. Una cifra che da sola supera di oltre il doppio il totale europeo.
Quanto a Russia e Cina, il confronto con i budget dichiarati è fuorviante. Mosca e Pechino operano con livelli di prezzi interni molto più bassi: misurata a parità di potere d’acquisto, la spesa militare russa nel 2024 è stimata in circa 234 miliardi di euro, circa il doppio di quanto suggerisce il tasso di cambio di mercato. A questo si aggiunge una struttura di pianificazione integrata e costi organizzativi ridotti che garantiscono, a parità di budget nominale, una capacità operativa superiore a quella europea.
Il Parlamento europeo: spendere di più non basta.
Il Parlamento europeo ha accolto con favore la crescita dei budget nazionali, ma nel suo rapporto annuale sulla politica di sicurezza e difesa comune ha avvertito che la quantità da sola non risolve il problema. I deputati hanno denunciato la persistente frammentazione del mercato europeo della difesa, i ritardi nell’interoperabilità tra forze nazionali e le lacune nelle capacità di deterrenza. La moltiplicazione delle spese nazionali, senza un coordinamento strategico europeo, rischia di produrre duplicazioni costose anziché capacità integrate.
foto Army Sgt. Richelle Cruickshank, National Guard
