L’EPPO e le prove distrutte. Bruxelles si nasconde dietro il silenzio?
Un video pubblicato l’11 luglio 2025 ha scatenato un terremoto politico e giudiziario attorno all’Ufficio del Procuratore pubblico europeo (EPPO) per la distruzione di prove compromettenti.
Secondo quanto emerge dal filmato, l’ordine sarebbe stato impartito da M.B., responsabile dell’Unità Operazioni e Supporto al Collegio dell’EPPO, una figura che — a quanto riferito — avrebbe il potere di decidere “se qualcosa può sparire o meno”. I fascicoli eliminati avrebbero coinvolto politici rumeni sospettati di corruzione e di uso illecito dei fondi europei.
Nel video, C.B., ex consulente legale dell’EPPO, sostiene di aver ricevuto l’ordine di distruggere 71 fascicoli, tra cui il dossier identificato come ESRR_2021_19_01, e afferma di aver informato la procuratrice capo Laura Kövesi prima di procedere. Un’accusa pesantissima, che solleva interrogativi seri sulla trasparenza e sull’integrità dell’istituzione incaricata di difendere gli interessi finanziari dell’Unione.
Nel tentativo di verificare l’autenticità del video e di escludere una possibile operazione di disinformazione, è stato contattato il coordinatore olandese del progetto europeo SOLARIS, finanziato dalla Commissione con 2,7 milioni di euro per contrastare la diffusione di deepfake e contenuti manipolati online. La risposta è stata imbarazzante: nessuna competenza specifica, nessun supporto concreto e, dunque, nessun passo avanti verso la verità. Anche qui si conferma la capacità della Commissione europea di promuovere monitoraggio e, soprattutto, trasparenza.
Le accuse sono finite sul tavolo della Commissione europea, che tuttavia ha scelto la via più comoda: dichiarare di non possedere informazioni aggiuntive rispetto a quelle già pubbliche. Nella risposta dell’Esecutivo europeo, l’OLAF, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, viene semplicemente indicato come l’organo competente per le indagini amministrative su frodi e cattiva condotta, ma senza che venga chiarito se un’inchiesta sia stata effettivamente avviata.
Bruxelles si rifugia, così, dietro l’argomento della riservatezza, della tutela dei dati personali e delle procedure in corso. Nessuna conferma, nessuna smentita e nessuna presa di responsabilità. Solo un muro di formule burocratiche mentre aleggia un sospetto gravissimo: prove distrutte per proteggere politici corrotti e salvare la reputazione delle istituzioni europee.
Quanto al Garante europeo della protezione dei dati, il suo ruolo viene ricordato in modo quasi pretestuoso, limitandolo alla sorveglianza sul trattamento dei dati personali. Una risposta che appare come un diversivo, più che come un reale impegno a fare chiarezza.
Il risultato è un copione ormai noto: un’accusa esplosiva, potenzialmente devastante per la credibilità dell’Unione europea, e un apparato istituzionale che sceglie il silenzio e lo scaricabarile invece della trasparenza.
foto OLAF ec.europa.eu
