Le isole europee tra isolamento e opportunità: il Parlamento UE chiede una strategia dedicata
Mete turistiche tra le più ambite al mondo, ma anche territori fragili, dimenticati dai mercati e penalizzati da costi di vita sproporzionati. Le isole dell’Unione Europea vivono una doppia vita: da un lato custodiscono paesaggi, culture e produzioni agricole di pregio; dall’altro scontano strutturalmente gli svantaggi della loro condizione geografica. A fotografare questa contraddizione è un recente briefing del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS), realizzato dal ricercatore Vasilis Margaras, che fa il punto sulla situazione delle 58 regioni insulari censite da Eurostat nell’UE, con una popolazione complessiva di oltre 20,5 milioni di abitanti.
Un costo invisibile ma pesante.
Essere un’isola, nell’UE, costa. Letteralmente. Un rapporto del 2026 documenta che i costi di trasporto nelle isole di Croazia, Grecia e Svezia possono superare del 300% i livelli della terraferma. La spesa pubblica locale pro capite è tra il 30 e il 50% più alta, mentre i prezzi delle abitazioni in alcuni comuni insulari arrivano al 130% in più rispetto alla media continentale. Prezzi elevati, infrastrutture carenti, connessioni marittime e aeree insufficienti, dipendenza dai combustibili fossili importati: sono queste le sfide comuni a quasi tutte le isole europee, indipendentemente dalle loro dimensioni o dal loro livello di sviluppo.
A ciò si aggiunge un problema demografico sempre più acuto: nelle isole meno sviluppate i giovani emigrano verso la terraferma in cerca di lavoro, mentre le economie locali rimangono intrappolate in una monocultura spesso legata al turismo stagionale, vulnerabile per definizione alle crisi, come ha dimostrato la pandemia di Covid-19.
Le isole meridionali sotto pressione migratoria.
Nell’ultimo decennio le isole del Mediterraneo, dalle Egadi a Lampedusa, da Cipro alle Canarie, hanno dovuto fare i conti anche con l’arrivo massiccio di migranti, in alcuni casi in numero superiore alla popolazione residente, spesso senza disporre delle risorse necessarie per garantire accoglienza e integrazione.
Il Parlamento Europeo non è rimasto a guardare. Già nel 2022 una risoluzione aveva riconosciuto l’insularità come un handicap strutturale permanente, chiedendo alla Commissione una strategia europea dedicata alle isole e la creazione di un “Patto per le Isole” sul modello del Patto Urbano. Nel 2025 il Comitato delle Regioni ha rilanciato il proprio Gruppo Interregionale sulle Regioni Insulari, proprio in vista dei negoziati sul bilancio UE post-2027.
La Commissione Europea, di fatto, ha sì risposto aprendo una consultazione pubblica per la futura strategia sulle isole, mirata a rafforzare la competitività economica, la transizione energetica verso le rinnovabili, la resilienza climatica e i servizi essenziali, ma ha pure confermato, con la nuova proposta di bilancio Ue che le regioni europee devono “ricevere di meno” e indirettamente.
Laboratori di innovazione, non periferie da abbandonare.
Più che problemi da gestire, le isole potrebbero diventare laboratori del futuro. È questa la tesi centrale del briefing EPRS, sostenuta anche dall’OCSE: le isole, grazie alle loro dimensioni contenute, si prestano a sperimentare modelli innovativi di economia circolare, energie rinnovabili, turismo sostenibile e digitalizzazione. A patto, però, che l’Europa smetta di trattarle come appendici geografiche e cominci a costruire politiche su misura.
