Le disuguaglianze sociali condizionano l’accesso all’università in Italia.
L’Italia resta tra i fanalini di coda in Europa per la quota di giovani laureati. Nel 2024, solo il 31,6% dei 25-34enni possedeva un titolo di studio terziario, contro una media europea del 44,1%, con il “Bel Paese” davanti solo alla Romania. Un divario, ricordano da Fondazione Openpolis, che ha “radici profonde nelle condizioni socio-economiche delle famiglie e nei forti squilibri territoriali”.
I dati mostrano come l’origine familiare influenzi le possibilità di proseguire gli studi. Quando i genitori non hanno il diploma, quasi uno studente su quattro (23,9%) abbandona precocemente la scuola e solo il 12% raggiunge l’università. La situazione si ribalta se almeno un genitore è laureato: l’abbandono scende all’1,6% e quasi il 70% consegue un titolo terziario.
Le disuguaglianze si riflettono anche sul territorio. Le province con meno laureati tra gli under 40 sono Siracusa (15,2%) e Foggia (15,8%), mentre città come Bologna (48,8%), Trieste (45,9%) e Milano (45,5%) guidano la classifica nazionale. Alcune aree, come Ravenna e Padova, hanno registrato un aumento dei laureati negli ultimi anni, mentre 26 province, tra cui Rieti, Siracusa e Pavia, mostrano una riduzione significativa.
Le disparità sociali non incidono solo sui dati statistici, ma anche sulle aspettative dei giovani. Secondo Istat, il 67% dei ragazzi di famiglie economicamente agiate aspira all’università, contro meno della metà tra chi proviene da contesti svantaggiati. Il fenomeno contribuisce a una vera e propria “trappola della povertà educativa”, che limita le opportunità future dei figli di famiglie più fragili.
