17 Agosto 2026
Sardegna

Lavoro e mismatch, quasi un’assunzione su due resta difficile da coprire

Le imprese italiane hanno programmato, nel primo semestre del 2026, quasi 2,9 milioni di assunzioni, ma quasi una su due – il 44,8% dei casi – rischia di restare senza risposta per difficoltà nel reperire personale. È quanto emerge dal Terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, presentato oggi da CNEL e Unioncamere, con la collaborazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Istat e del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.

Il dato più significativo riguarda però la platea di chi resta ai margini del mercato del lavoro: non si tratta solo di disoccupati, ma di milioni di persone classificate come “forze di lavoro potenziali” o inattivi. Tra queste, le donne sono quasi 15 milioni, circa cinque milioni in più rispetto agli uomini.

Un mercato del lavoro sempre meno performante.

Il Report – che per la prima volta incrocia le previsioni di assunzione del sistema informativo Excelsior, le stime dei fabbisogni occupazionali di medio periodo, i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat e le Comunicazioni Obbligatorie del ministero del Lavoro – restituisce un quadro più articolato rispetto alla semplice carenza di competenze: la difficoltà di reperimento dipende anche dalla scarsa partecipazione al lavoro e da un’elevata mobilità occupazionale.

Chi traina la domanda e l’offerta?

Nel primo semestre dell’anno, il settore dei servizi concentra circa il 72% delle assunzioni programmate, mentre micro e piccole imprese prevedono complessivamente oltre 1,8 milioni di ingressi, confermandosi il principale motore della domanda di lavoro nel Paese.

Le maggiori difficoltà di reperimento si registrano nelle costruzioni (59,8% delle assunzioni programmate), nelle industrie del legno e del mobile (59,6%) e in quelle metalmeccaniche ed elettroniche (55%). Nei servizi informatici e delle telecomunicazioni la quota si attesta al 50,6%, in crescita rispetto all’anno precedente. Un dato che, sottolinea il Report, non riguarda soltanto le figure altamente specializzate, ma coinvolge anche tecnici, operai qualificati, addetti alla manutenzione e personale della ristorazione.

Il potenziale che resta fuori dal mercato: giovani, donne e inattivi.

Secondo i dati Istat, il fenomeno della bassa partecipazione è particolarmente marcato nelle regioni del Mezzogiorno e tra le donne, per le quali gli impegni di cura familiare continuano a rappresentare uno degli ostacoli principali all’ingresso nel mercato del lavoro. Anche tra i giovani, disoccupazione e inattività restano concentrate soprattutto al Sud, coinvolgendo pure diplomati e laureati: un segnale, secondo gli estensori del Report, che il problema non riguarda solo il livello di istruzione, ma la difficoltà di collegare percorsi formativi, competenze e reali esigenze delle imprese.

L’analisi delle Comunicazioni Obbligatorie mostra inoltre che numerose professioni difficili da reperire sono anche caratterizzate da un intenso ricambio occupazionale. Nel 2025, ad esempio, tra fonditori, saldatori, lattonieri, calderai e montatori di carpenteria metallica si sono registrate 65.775 attivazioni a fronte di 64.089 cessazioni; per meccanici artigianali, montatori e manutentori di macchine, 43.817 attivazioni contro 41.577 cessazioni. Tra gli operai dell’industria tessile e delle confezioni, invece, le 32.678 attivazioni sono state addirittura inferiori alle 35.089 cessazioni.

Dinamiche simili si registrano nella ristorazione e in diversi servizi alle imprese, a conferma che una parte consistente del fabbisogno occupazionale non nasce dalla creazione di nuovi posti, ma dalla necessità di sostituire lavoratori che cambiano impiego o abbandonano il settore – complicando ulteriormente il quadro del mismatch, che si intreccia con instabilità contrattuale, stagionalità e scarsa attrattività di alcune professioni.

“Il Rapporto mette in evidenza un paradosso che il Paese non può più permettersi: le imprese cercano lavoratori e spesso non riescono a trovarli, mentre milioni di persone che potrebbero contribuire alla crescita rimangono fuori dal mercato del lavoro”, ha commentato Renato Brunetta, presidente del CNEL, sottolineando la necessità di “trasformare questa conoscenza in politiche mirate: più formazione e orientamento, politiche attive realmente personalizzate, maggiore partecipazione femminile”.

Sulla stessa linea Andrea Prete, presidente di Unioncamere, secondo cui “la difficoltà di reperire personale rappresenta un freno concreto alla crescita e allo sviluppo del Paese”. Per superare l’ostacolo, ha aggiunto, “serve un’azione di sistema” che punti su formazione tecnica, orientamento scolastico e universitario e valorizzazione del capitale umano oggi inattivo, “in primis quello femminile e giovanile”.

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