Lavoro, Damiano: “Fermare l’emigrazione dei giovani è un dovere istituzionale”. Il centrosinistra ha le idee migliori in quiescenza.
Negli ultimi dieci anni oltre 600mila giovani italiani hanno lasciato il Paese in cerca di opportunità all’estero. Un dato che, secondo Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e presidente di Lavoro&Welfare, rappresenta “uno degli indicatori più drammatici del malfunzionamento strutturale del sistema economico e sociale”, ma che ormai “non fa più notizia”.
In un intervento pubblicato su Avvenire, Damiano sottolinea come l’esodo non riguardi soltanto i giovani provenienti da famiglie benestanti desiderosi di un’esperienza internazionale, ma un’intera generazione di studenti brillanti, neolaureati qualificati, artigiani, medici, ingegneri, infermieri, informatici e professionisti creativi. La cosiddetta “fuga di cervelli”, osserva, “è solo la punta dell’iceberg” di una crisi più profonda, segnata da assenza di prospettive, sfiducia nel futuro e dalla percezione diffusa che in Italia il merito non venga premiato. Un fenomeno, vale la pena ricordarlo, mai gestito e affrontato con politiche sostanziali da chiunque abbia governato il Paese negli ultimi 40 anni.
Chi parte, spiega, non lo fa soltanto per salari più alti, ma per migliori condizioni di vita. Il mercato del lavoro italiano, evidenzia l’ex ministro, è caratterizzato da instabilità cronica: contratti a termine di pochi mesi, rinnovi incerti e retribuzioni tra le più basse d’Europa, spesso non adeguate al livello di formazione e responsabilità. Ex ministro, ci sarebbe da dire anche che per finanziare un sistema sempre meno competitivo e più burocratico come quello italiano, si portano le imprese a pagare il prezzo più alto, senza contare l’inaccessibilità dei bandi di finanziamento per l’autoimpiego e, in generale, per la creazione e lo sviluppo di una attività di impresa. Dettagli, forse, per chi non ha ancora compreso che l’occupazione è creata dalle aziende.
Il danno, secondo la “profonda analisi” di Damiano, non è solo sociale ma anche economico. Studi recenti, tra cui quelli della Fondazione Leone Moressa, stimano che l’Italia abbia investito circa 250mila euro per formare ciascun giovane che emigra, considerando scuola, università e servizi pubblici. Moltiplicando la cifra per oltre 600mila partenze in un decennio, il costo complessivo si aggirerebbe intorno ai 150 miliardi di euro. Risorse pubbliche che finiscono per sostenere le economie dei Paesi di destinazione, dove questi giovani pagheranno tasse, contribuiranno ai sistemi previdenziali e alimenteranno l’innovazione.
“Il paradosso è evidente – osserva –: l’Italia investe in capitale umano che poi regala all’estero, mentre importa manodopera poco qualificata per coprire posizioni a basso reddito”. Ma cosa è stato fatto a suo tempo per tamponare questa emigrazione giovanile in Italia? Nulla dato che nel 2026 si continua a parlare degli stessi fenomeni.
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