Lai (PD): “Il Governo taglia fondi alle televisioni locali”. Colpo al pluralismo fino a un certo punto
Tempo di manovra, tempo di tagli. Il Governo Meloni si appresta a confermare il taglio di 20 milioni di euro per l’emittenza locale. Un provvedimento prontamente stigmatizzato dal deputato Silvio Lai, segretario regionale del PD della Sardegna: “Sono 15 le principali televisioni locali presenti in Sardegna e coprono con le loro trasmissioni oltre il 90% della popolazione dell’Isola. A queste vanno aggiunte quelle televisioni che nel tempo sono passate in modalità online/web Tv. Rappresentano tutte insieme un presidio importante di comunicazione ed intrattenimento e garantiscono un insostituibile pluralismo di informazione nonché di coesione e relazione delle nostre comunità territoriali”.
Televisioni, secondo Lai, che ora rischiano un forte ridimensionamento e sono anche a rischio chiusura. Eppure, andrebbe ricordato al deputato PD, che le aziende che per sopravvivere devono contare solo sui contributi pubblici non hanno finanziariamente grandi possibilità di crescita. Una piccola regola di gestione di impresa spesso non compresa dalla politica. È giusto che lo Stato e le Regioni sostengano l’informazione per la parte che svolge un reale servizio pubblico, soprattutto nei territori, ma è altrettanto giusto affermare con chiarezza che il contribuente non può essere chiamato (ancora nel 2025) a finanziare produzioni trash o progetti editoriali che hanno ben poco a che fare con il pluralismo e con la qualità dell’informazione.
Nonostante ciò, l’occasione è ghiotta per attaccare l’Esecutivo nazionale: “Al governo piace l’informazione teleguidata, come spesso avviene in Rai, e le televisioni locali non sono orientabili a piacimento. E’ questa l’ennesima perla del governo Meloni all’interno di una manovra finanziaria di corto respiro e senza misure legate alla crescita del Paese”.
Eppure, guardando alle politiche regionali per “la difesa del pluralismo” il governo regionale di centrosinistra (il PD ricordiamolo a Lai ne fa parte) non ha proprio brillato in quasi due anni di mandato per le politiche a sostegno delle testate giornalistiche e dell’informazione.
Il fondo regionale per le testate giornalistiche online, per esempio, è fermo da anni a 250mila euro, esattamente lo stesso plafond dai tempi della giunta Solinas, senza alcun aggiornamento o ripensamento che tenga conto dell’evoluzione del settore digitale. Allo stesso tempo, sul fronte della comunicazione istituzionale e dei contributi, si ha spesso l’impressione che le risorse – visti i requisiti richiesti – finiscano per favorire sempre i grandi gruppi editoriali, lasciando ai margini le realtà più piccole e innovative.
Difendere il pluralismo non significa distribuire fondi a pioggia o difendere qualunque modello editoriale in nome dell’occupazione. Significa investire sulla qualità, sulla trasparenza (a partire dalle stesse istituzioni), sull’informazione locale che svolge davvero una funzione pubblica e che rispetta standard editoriali adeguati. Su questo terreno, più che attaccare il governo nazionale, sarebbe utile aprire una riflessione seria anche a livello regionale su come vengono spesi i soldi pubblici e su chi ne beneficia realmente.
