14 Marzo 2026
PoliticaSardegna

La toga come clava: i magistrati e il Referendum

Ci risiamo. Con una puntualità degna di miglior causa, una parte della magistratura italiana torna a calare la toga sul dibattito pubblico come se fosse un’ascia da guerra. Stavolta tocca a Nino Di Matteo, che dal palco di una presentazione del libro di Marco Travaglio – contesto di rara neutralità, si fa per dire – sentenzia che chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo si ritroverà in compagnia di “mafiosi, massoni e grandi corruttori”.

Già. Proprio così. Non un’analisi giuridica, non un argomento nel merito della riforma. Una delegittimazione preventiva e di massa di milioni di cittadini italiani che stanno ancora decidendo come votare. Un avviso ai naviganti: “attenti a come votate, o sarete complici della mafia”.

La politicizzazione che non esiste (ma esiste).

C’è un’ironia feroce in tutto questo. Siamo abituati a sentire i magistrati – in particolare quelli più mediaticamente attivi – rivendicare con orgoglio la propria estraneità alla politica, la propria autonomia, la propria super partes-ità. La magistratura come baluardo, come ultimo argine, come corpo separato e incorruttibile rispetto alle bassezze della politica.

E poi li vedi sul palco di una presentazione di un libro, a sparare bordate contro una riforma costituzionale, ad allinearsi con le dichiarazioni di Gratteri – anch’esse di una gravità inaudita – sostenendo che il voto referendario si divide tra “persone per bene” e criminali organizzati. E meno male che i magistrati non sono politicizzati!

Affermazioni gratuite, silenzi assordanti.

Ciò che colpisce ancora di più, però, non sono solo le parole di Di Matteo. È il silenzio che le circonda. Dove sono le prese di distanza ufficiali della magistratura associata? Dov’è l’ANM a ristabilire i confini del decoro istituzionale? Dov’è quella voce corale che si alza prontissima quando a essere attaccata è la categoria, ma che ammutolisce quando sono i suoi esponenti più esposti a travalicare ogni limite?

Questo silenzio è esso stesso una risposta. E non è una risposta rassicurante.

Il vero inquinamento del dibattito.

Di Matteo e Gratteri si preoccupano, a loro dire, di difendere la magistratura dalla delegittimazione. Ma qual è il modo migliore per delegittimare un’istituzione, se non vedere i suoi rappresentanti scendere nell’agone politico a fare campagna elettorale mascherata da analisi sociologica? Qual è il messaggio che arriva al cittadino comune quando un magistrato gli dice, in sostanza, che se vota in un certo modo è dalla parte dei criminali?

Non è difesa della magistratura. È esattamente il contrario. È la conferma plastica di ciò che molti italiani temono: che una parte della magistratura si senta investita di una missione politica, e che il diritto sia lo strumento e non il fine.

Il referendum del 22-23 marzo appartiene ai cittadini. Non alle toghe. Non ai direttori di giornale. Non ai palchi delle presentazioni editoriali. Gli italiani hanno tutto il diritto di valutare nel merito – articolo per articolo, principio per principio – senza che qualcuno in toga si senta in diritto di orientare il loro voto agitando lo spettro della mafia.

Questo, sì, è un inquinamento del dibattito democratico. E meriterebbe una condanna molto più netta di quella fin qui arrivata.